mer

25

gen

2012

Kill Saddam | Michele Benincasa

KILL SADDAM
                                                                                          Domenica pomeriggio.

Il cross è morbido e preciso e Liborio non può farsi sfuggire l’occasione: voltando le spalle alla porta stoppa di petto, si alza la palla col destro e parte con una mezza sforbiciata indirizzata al sette. In porta c’è Aldo che di solito in questi casi si sistema gli occhiali con l’indice, per poi ritrarsi alzando una gamba e assumendo, dalla cintola in su, una posizione fetale, che lo protegge dalla botta di Liborio. Liborio ha un destro micidiale. Questa volta però Aldo allunga il braccio e respinge verso il destro di Manuel, che invece è mancino e svirgola con l’esterno. La palla si alza a campanile e schizza verso il terrazzo della scuola materna, di cui una parte della parete est, incorniciata da due grondaie, funge da porta. Il gioco è la germanese, serve  una sola porta. Il pallone è un super santos, un pallone di merda, leggerissimo. Infatti rimbalza sul cornicione tentennando un attimo solo sulla direzione da prendere e infine, sorretto da un impercettibile alito di vento, finisce sull’odiato terrazzo. Nei giorni normali seguono discussioni interminabili prima con le bidelle e le maestre poi che alla fine cedono e lasciano libero accesso per recuperare la sfera. Ma oggi è domenica, e la scuola è chiusa.
-    Sei proprio un cesso!
-    Eccheccazzo!
-    Manuel, manco Gesù Cristo te lo raddrizzerà mai quel piede!
Oggi sono in cinque e Michele e Paolo, che abitano di fronte alla porta, stanno già entrando in casa alla ricerca di qualche palla sgonfia dimenticata sotto il letto o chissà dove, quando Liborio li richiama in strada:
-    Oh, e che ci vuole, mo’ vado io.
Si arrampica sul cancello dell’asilo, fino a stare in equilibrio sul bordo. Si poggia con le mani sulla parete, le allunga verso la struttura in ferro che se ci fosse reggerebbe una bandiera, e ci si aggrappa. Poi facendo forza con le braccia si spinge in su e si alza in piedi quasi fosse lui, la bandiera. Infine sale sul cornicione e si gira verso la strada, guardando gli altri dall’alto in basso, letteralmente. Tutti esultano come se avesse scalato il Gran Sasso a mani nude.  Liborio alza le braccia mostrando i muscoli, quando dal balcone di fronte a lui si leva un applauso lento ma deciso, scandito quasi fosse un metronomo:
-    Bravo! Sei proprio bravo!
È quel tipo strano che se ne sta sempre a fumare in pantofole e pantaloncini sul balcone all’ultimo piano, il signor Forini, che tutti chiamano Furino come il mediano della Juventus negli anni ottanta.
-    Sei forte! Sei veloce! Sei agile!
Ha una voce meccanica e lo sguardo assente. Più che strano sembra matto.
-    Ti ho visto, come giochi, come ti sei arrampicato. Sei bravo.
-    Si vabbè, grazie. E allora?
-    Mi puoi servire. Vuoi aiutarmi nella mia missione?
A nessuno frega più nulla ormai del pallone che Liborio ha già tirato in strada, e sono tutti sotto il balcone di Furino, col naso all’insù. Liborio scende dal terrazzo veloce come ci è salito, raggiunge il gruppo ma non risponde. Altro che matto, questo è proprio psicopatico.
-    Non vuoi aiutarmi? È una missione importante. Anzi, potete venire tutti con me! Ci state?
-    Dicci che missione è! Come facciamo a rispondere?
È Manuel che si fa avanti ridacchiando, per mascherare il leggero senso di inquietudine che sente crescere intorno a lui.
-    Non ve lo posso dire.
-    See, vabbè. Ci stai prendendo per il culo.
-    Non ve lo posso dire ora perché prima devo capire quanto siete coraggiosi. Se accettate ve lo dico.
-    E ci mancherebbe!
-    Va bene, accettiamo!
Liborio rompe gli indugi e subito tutti lo seguono. Ora è tutto un coro di “ ci sto!” “partiamo!” “missione su Marte!” e risate grasse. Non c’è più alcun dubbio: al tipo gli manca qualche rotella e conviene riderci su. È di nuovo Liborio che riporta tutti all’ordine:
-    Allora? Abbiamo accettato tutti. Qual è ‘sta missione?
Furino abbozza il primo sorriso dalla sua entrata in campo, che gli viene fuori simile a una smorfia di dolore:
-    Ve lo dico la prossima volta, ora è tardi.
E rientra in casa tra le proteste generali. Nonostante abbia una quarantina d’anni, il signor Forini abita ancora con i genitori. Nessuno li ha mai visti, ma sentiti si. Le urla che vengono dall’appartamento all’ultimo piano le avranno sentite tutti. Chissà se vive ancora con i genitori perché è pazzo, o se è pazzo perché vive ancora con i genitori.

                                                                                         Mercoledì mattina.

Il 2 Giugno è festa nazionale. Niente scuola e tutto il giorno da dedicare al calcio. Oggi ai cinque si sono aggiunti anche Fabio detto Brunetto e Giuseppe, il che è un bel problema: se si è in numero pari superiore a quattro, si opta per una partita tre contro tre o quattro contro quattro e così via. Se si è in un numero dispari fino a cinque, l’unica è la germanese. Ma in sette si è in troppi per la germanese, e una partita tre contro quattro non sarebbe regolare. Certo, si può fare una squadra di tre con i più forti e quella di quattro con i più scarsi, ma questa di solito è una soluzione che non accontenta nessuno. Inoltre quando c’è molta gente la strada diventa troppo piccola anche per una partita, e ci si deve spostare su una grande piazza distante due isolati, detta Le Scuole o Le Poste perché compresa tra l’ufficio postale e la De Amicis.
-    Dài Giusè, chiama tuo fratello così siamo quattro contro quattro e andiamo sulle Scuole.
-    No, sta studiando, non può venire.
Giovanni, il fratello di Giuseppe, è un po’ più grande di tutti gli altri. È già al liceo e giocare coi bambini comincia a non fare più per lui. I suoi compagni di scuola lo prenderebbero per il culo a vita, se sapessero che si intrattiene ancora con dei dodicenni.
-    Vabbè, allora Aldo, tu non giochi.
-    Puoi fare l’arbitro!
-    Andate a ‘fanculo!
È chiaro che la cosa non si risolverà tanto facilmente. Inaspettata, una voce meccanica proveniente dall’alto mette fine al battibecco:
-    Ehi, ragazzi!
Automaticamente tutti si avvicinano al balcone, in attesa della rivelazione. Anche gli assenti di tre giorni prima, i quali naturalmente sono già stati informati della strana conversazione con quel matto di Furino. Anche loro muoiono dalla voglia di saperne di più di questa fantomatica missione.
-    Allora, siete pronti?
-    Certo che siamo pronti, te l’abbiamo già detto!
-    Il 2 Agosto.
-    Che succede il 2 Agosto?
-    Il due Agosto partiamo. State pronti per quel giorno.
-    Partiamo? E dove andiamo?
-    A uccidere Saddam.
C’è un momento di silenzio, in cui nessuno sa se ridere a crepapelle o chiamare la neuro. Ma la curiosità è troppa. Qual è la linea di confine tra una presa per il culo e la follia pura?
-    Che cazzata, credi che siamo stupidi?
-    No. È una missione importante. Solo noi lo possiamo fare e tutto il mondo ci ringrazierà. Saremo degli eroi.
Più parla e più si fa serio. Forse ci crede davvero a questa storia, ma è  l’unico. I ragazzi stanno prendendo consapevolezza di aver trovato un altro passatempo oltre al calcio, per quell’estate. Un passatempo dove non bisogna essere per forza in numero pari o inferiore a sette.
-    Ricordatevelo, il 2 Agosto uccideremo Saddam Hussein.

Le parole “due” “agosto” “Saddam” e “Hussein” diventano, in breve tempo, il tormentone dell’estate. Altro che gli Ace of Base e All That She Wants. Nei giorni e nelle settimane seguenti, Furino si farà vedere sempre più spesso, ripetendo sempre le stesse cose, senza mai fornire mai ulteriori dettagli sulla spedizione. Per i ragazzi è diventato un mito e un capro espiatorio: anche gli sfigati del gruppo, quelli che di solito devono subire le angherie di tutti gli altri, quelli con gli occhiali a fondo di bottiglia, anche loro possono sfottere Furino e farsi belli agli occhi dei compagni. Luglio passa così, tra partite che arrivano a sfiorare le dieci ore e spedizioni inventate in cui i nostri diventano, di volta in volta, paracadutisti che si lanciano sul deserto del Kuwait tra i pozzi di petrolio in fiamme, spie russe in missione segreta nel Golfo, Generali, Maggiori, Tenenti e Sottotenenti alla ricerca del nemico pubblico numero uno. A volte, a qualcuno toccherà fare Saddam Hussein, e così qualcun altro dovrà prendere la parte di Furino che guida l’esercito improvvisato.
Poi, però Furino sparisce per qualche tempo. Arriva la data fatidica.

                                                                                          2 Agosto.

Alcuni sono in vacanza con le famiglie. Manuel partirà dopodomani diretto al solito posto, Roseto degli Abbruzzi. Certe volte i genitori non hanno proprio fantasia. Ivan è tornato la settimana scorsa dalla Sicilia. Fabio, Giuseppe, Aldo, chissà dove sono. Michele e Paolo dovranno attendere i primi di settembre e finiranno in un’ oscura località delle Alpi, Villetta Barrea. Quanto a Liborio, non ci andrà proprio in vacanza.  Cinque è il numero perfetto. Almeno per la germanese. È già pomeriggio inoltrato e sono tutti con la testa altrove: un po’ più in su, al balcone dell’ultimo piano. Niente da fare, Furino è proprio scomparso.
L’estate finisce presto. Troppo presto. Nel paese finisce il primo martedì di Settembre, con la festa della Madonna di Costantinopoli (proprio così), con il pallone aerostatico lanciato in cielo. Si dice che porta bene alla campagna sulla quale cade, ma spesso non supera i limiti del paese e si affloscia in pieno centro, creando ressa della cittadinanza che sgomita per accaparrarsi un pezzo del pallone, forse illudendosi che porti davvero fortuna.
Poi ricomincia la scuola e nessuno pensa più né a Saddam, che è vivo e vegeto, e né a Furino, che invece chissà.

                                                                                         Autunno.

La cosa peggiore della scuola è che toglie troppo tempo al calcio. Per fortuna, al sud gli autunni sono lunghi e basta iniziare a giocare subito dopo pranzo per non doversi accontentare di un’oretta striminzita di divertimento. Ma quest’anno in molti dovranno fare gli esami di terza media, per cui sarà un continuo susseguirsi di madri che si affacciano ai balconi e alle finestre per richiamare i figli all’ordine, ai libri, e al buio delle camerette. Non si riesce mai a finire una partita in santa pace.
È proprio in una di queste occasioni che Furino ricompare dal nulla, in sordina. Quasi tutti sono rientrati in casa. Ci sono solo Michele e Paolo, al tramonto, che mestamente giocano ai passaggi, il gioco più inutile di tutti, ma meglio che niente. Dei due fratelli, Michele è il più grande e certe volte si diverte a infierire su Paolo che però, ci giura, si diverte pure lui. Questo, per esempio, più che un passaggio è un tiro, un siluro degno di una punizione di Mihaijlovic. Paolo non può far altro che scansarsi, lasciando passare la palla che persa potenza scivola verso la fine della strada, assestandosi sul ciglio del marciapiede. Proprio vicino alla pantofola di Furino.
È Furino, pensano i due. Ora ci divertiamo un po’. Dài Furino dicci ancora della tua missione. Dài Furino, spara un’altra data. Cazzo, perché non dici niente? Passaci almeno la palla!
In realtà nessuno spiccica una parola e Furino la palla  non la guarda neanche. Continua a camminare dritto davanti a sé senza muovere un muscolo del corpo, a eccezione delle gambe. L’unica novità sono un paio di occhiali da sole. Arrivato di fronte una porta poco più in là della Scuola Materna, si ferma. È sempre stata chiusa quella porta, forse un tempo era un ufficio o qualcosa del genere. Non c’è un insegna, non c’è niente. È solo una porta con un campanello. Furino suona e la porta si apre.
È una donna. Né Michele né Paolo riescono a vederla per intero,ma sembra che indossi un camice, o qualcosa del genere. La porta si chiude e dopo un lasso di tempo brevissimo, Furino esce e si avvia verso casa, con la stessa camminata meccanica dell’andata. A pensarci, l’avevano sempre visto sul suo balcone, mai per strada e mai da così vicino. Così, faceva ancora più impressione:
-    Ma che c’è, là dentro?
-    Boh?
-    E perché non ci ha neanche salutati?
-    Ma che ne so, quello è esaurito!

Il ritorno di Furino sarà accolto, in un primo momento, con giubilo e speranza da parte degli altri, che non vogliono fidarsi del racconto degli unici due che hanno avuto la fortuna di assistere al miracolo. Si sa che quel tipo è pazzo e che presto tornerà a intrattenerli dal suo pulpito. Invece niente. Il balcone rimarrà sempre vuoto e Furino, che sembra ingrassare a vista d’occhio, scenderà solo di tanto in tanto per chiudersi qualche minuto dietro la stessa porta senza degnare nessuno di uno sguardo,con gli ormai immancabili occhiali scuri. L’autunno, e poi anche l’inverno, passeranno così. Quelle poche volte in cui si farà vedere, Furino non scatenerà né battute né  risate sguaiate, ma quasi disprezzo.

Primavera, Estate, Autunno, Inverno e poi ancora Primavera.

Gli esami di terza media passeranno indenni, ma segneranno lo sfaldarsi del gruppo. I più grandi, arrivati al Liceo ci metteranno poco a isolare i più piccoli e a passare a campetti in erba sintetica, sfide sette contro sette con altri quartieri o addirittura tornei con squadre di altri paesi. La strada verrà presto colonizzata da altri ragazzini, altri palloni persi, altre storie. Tuttavia abitando nel quartiere e alcuni nella stessa strada, è probabile che in molti abbiano visto, quel giorno, l’ambulanza sotto il balcone di Furino. Nessun dubbio che fosse per lui, anche se forse nessuno l’ha visto entrarci dentro. Le grida provenienti dall’ultimo piano erano le stesse di sempre. Un’anziana signora rimase per un po’ sulla soglia dopo che l’ambulanza se ne fu andata, avvolta nell’improvviso silenzio. Erano passati mesi, forse addirittura anni, dall’estate in cui voleva uccidere Saddam.

 

Michele Benincasa

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mar

26

lug

2011

James e Franca | Valentina Murphy

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gio

07

lug

2011

Il pagliaccio e la bambina | Valentina Viesti

Il pagliaccio e la bambina.

La sveglia suonava insistentemente quando Alex si svegliò. Il mal di testa gli ricordò che non avrebbe dovuto bere così tanto la sera prima. Per un attimo si guardò intorno senza ricordare dove si trovava. C' era un angolo cucina con i piatti nel lavello, un poster dei Led Zepelin appeso alla parete, libri e quaderni sparsi un po' ovunque e giornali vecchi. Il divano sul quale aveva dormito era mezzo sfondato. Nonostante fosse mattina presto, faceva molto caldo.

Il suo allegro compagno di stanza era già col naso nei libri, mangiava dei biscotti vecchi e duri bevendo succo d' arancia direttamente dal cartone.

“Sei in ritardo con la tua quota dell' affitto.- gli disse- La padrona è passata ieri sera mentre eri al lavoro: sembrava parecchio incazzata.”

Aprendo la porta del frigo, Alex gli chiese:

“C'è del caffè? Ho un mal di testa pazzesco.”

“Ti sei addormentato di nuovo studiando, vero? E per giunta hai bevuto di nuovo. Ci credo che stai male.”

“Fra un po' il mal di schiena mi farà dimenticare il mal di testa.”, ribattè ironico. Alex e Sam erano amici dai tempi delle medie. Anche se in realtà non avevano mai avuto gran che in comune. Sam era un ragazzo serio e pragmatico, Alex un buffone. L' ultima ragazza che aveva avuto glielo ripeteva in continuazione:

“Non prendi mai niente sul serio, Alex. Sei sempre con la testa fra le nuvole. Se non la smetti di sognare non combinerai mai niente.”

Mettendo su il caffè, Alex ripensò a lei. Era più grande di tre anni, matura e seria. L' odore che aveva addosso era un misto di sigarette e profumo alla lavanda. Alex non sapeva il motivo per cui la cosa per un pò aveva funzionato. Probabilmente lei era attratta proprio da quella sua ironia.

La caffettiera cominciò a borbottare e Alex ripescò da sotto la valanga di libri e quaderni la sua agenda. Quel giorno doveva andare in un campo estivo un po' fuori città. Meglio del deprimente cabaret nel quale lavorava di sera o almeno così sperava. “Quei marmocchi ti mangeranno vivo!- gli disse Sam- I ragazzini di oggi sono terribili. I tempi sono cambiati da quando andavamo a scuola noi. Forse dovresti trovarti un lavoro serio piuttosto che andare a fare il clown nei locali, alle feste e in questi tristissimi campi estivi.

” Alex lo faceva per pagarsi gli studi all'università. Anche se a volte era in difficoltà, non voleva chiedere aiuto a suo padre. Da quando avevano litigato il loro rapporto, che non era mai stato idilliaco, era peggiorato molto. Si vedevano solo lo stretto indispensabile e anche così per loro era troppo.

“Cristo, Alex, non puoi essere serio e trovarti un vero mestiere come tuo fratello?- gli diceva il vecchio- Sei un ragazzo intelligente. Perché devi andare a fare il buffone?”, gli diceva.

Alex non avrebbe saputo rispondere. Era una vita dura e non si guadagnava molto ma quando vedeva la gente ridere per i suoi scherzi o stupirsi per i suoi giochi di prestigio si sentiva felice. Pensava di donare qualcosa di importante.

Contemporaneamente aveva cominciato a studiare medicina, ma non l' aveva detto a suo padre per non fargli credere che si era pentito.

Si truccò per bene e indossò i pantaloni larghi a strisce, una camicia vistosa e delle scarpe molto più grandi dei piedi.

“Con questa armatura variopinta e il mio destriero di metallo, parto spavaldo verso l' ignoto. Addio, Sam, vado a guadagnarmi la pagnotta.”

“Se ai ragazzi non piacerà lo show potrai rimediare anche qualche pomodoro...”

“Potresti venire a farmi da spalla...”

“Te lo sogni, amico. Noi persone serie dobbiamo studiare.”

Alex prese le chiavi della macchina, una mela dal frigo e uscì. Si perse un paio di volte ma poi trovò la strada giusta. Lungo il sentiero di terra battuta che conduceva al campo estivo, la sua schiena gli ricordò la nottataccia passata sul divano.

“Cavolo... ma chi me lo fa fare!”

Tuttavia non poteva permettersi il lusso di rifiutare un lavoro. I ragazzi non si aspettavano di vederlo. Era una sorpresa organizzata dagli animatori. Nonostante Alex non fosse troppo in forma, si mise a inseguirli e a fare boccacce. Un paio di loro si rifugiarono in camera da letto. Alex li raggiunse e vide seduta sul letto a castello una bambina esile, minuta, con la pelle molto chiara. fissava il vuoto con un volto senza espressione. Li guardò appena e non si mosse. Siccome stava radunando tutti i ragazzi per mostrare i suoi numeri, Alex dovette tornare indietro per lei. Forse Sam non aveva tutti i torti: a quell'età ormai i ragazzini sono grandi abbastanza da non ridere più per un pagliaccio.

“Sei ancora qui? Dai, sbrigati.”, la esortò.

Raccolti tutti i bambini in una stanza grande, Alex cominciò lo spettacolo.I ragazzini ci misero un pò ma alla fine si lasciarono convolgere: partecipavano attivamente ai giochi e guardavano il suo modesto spettacolo ridendo. Tutti tranne la bambina silenziosa che continuava a sembrargli lontana, assente, come se lei fosse stata in una scatola di vetro, o in un acquario.

Camminava senza fare rumore e non parlava mai. Solo una volta in tutta la giornata sembrò una bambina come tutti gli altri: alla lezione di disegno. Anche se per un attimo aveva esitato, alla fine aveva preso il foglio e si era messa a disegnare. Alex stava mettendo via le sue cose ma, spinto dalla curiosità, tornò in aula per osservare i disegni. Quello della bambina silenziosa attirò la sua attenzione più degli altri. Era un suo ritratto, vestito da clown. Nonostante i colori sgargianti c' era qualcosa, in quel ritratto, che lo velava di una struggente malinconia. Sembrava che la piccola avesse guardato dentro Alex. Come se lo conoscesse a fondo. Per un attimo si sentì di nuovo bambino.

Gli tornò in mente la sua vita di dieci anni prima. Suo fratello era uscito con il massimo dei voti dalla scuola media mentre lui faticava persino a strappare una sufficienza. Suo padre, collerico e impulsivo un paio di volte l' aveva schiaffeggiato di fronte a un brutto voto. Per lui la scuola era una prigione. Sentendosi in continuazione paragonato a suo fratello era diventato scontroso e intrattabile anche verso i compagni che reagivano prendendolo in giro e isolandolo. Non volevano mai giocare con lui.

Poi, un giorno d' estate, suo padre li aveva portati al circo e Alex aveva finito per appassionarsi ai clown. Uno di loro aveva attirato in modo particolare la sua attenzione. Camminava a testa alta sulla pista in mezzo alle luci colorate e sorrideva. Aveva un sorriso aperto solo su metà del viso e guardava i ragazzi con complicità, con l' aria di chi stà per rivelarti un segreto. Sembrava un re e il circo era il suo regno. Come se nessuno potesse toccarlo o fargli del male. Eppure divideva con i bambini la sua gioia. Forse era per questo che il suo sorriso era a metà. Guardandolo, Alex pensò che voleva diventare come lui.

Finì di mettere via le sue cose, salutò sorridendo i ragazzi e salì in macchina. La strada scorreva veloce mentre l' aria rovente rendeva tutto irreale, sfocato come in una foto venuta male.

“In tutti questi anni... che cosa ho fatto?”

 

Valentina Viesti

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mer

08

giu

2011

Allied Force | Michele Bennincasa

ALLIED FORCE

“Fasci brucerete nella vostra stessa fiamma” c’è scritto sul muro dove sono poggiato, tra una stella rossa e un disegnino che vorrebbe essere osceno ma risulta innocente per quanto è infantile. Poi c’è la solita frase di Jim Morrison – almeno, così c’è scritto sotto ‘sta frase, per cui non la leggo per principio – e uno scontato “Matarrese ebreo vattene da Bari”. Incredibile perché qualcuno si è preso la briga di cancellare la parola “Matarrese” per cui si legge solo “ebreo vattene da Bari”. Terribile.


Le frasi sui muri possono dire molto del popolo che le ha scritte, penso per un secondo. Che cazzata, penso subito dopo. È che sono depresso. Ecco perché ho scelto questa postazione di attesa per la serata. La festa è una merda e non vedo l’ora che finisca. Certe volte mi sembra di passare le serate in attesa che finiscano, solo per poter dire il giorno dopo “ieri ho fatto questo e quello, sono tornato alle quattro…”.Più torni tardi più punti sono, chiaramente. Secondo me ognuno qua dentro sta facendo lo stesso ragionamento. Altrimenti non si spiegherebbe che ci fanno, chiusi in un locale del genere, l’aria stantia ormai irrespirabile mentre fuori la primavera del 1999 volge già all’estate.


La canzone dei  Chemical Brothers sta sfumando e il Dj attacca con i Prodigy. Che fantasia, cazzo. Dj Double C mette la stessa scaletta ogni venerdì da almeno due anni. Scommetto che il prossimo pezzo sarà Hell is Around the Corner di Tricky. Non capisco che ci sta a fare dietro i piatti : potrebbe registrarsi il suo bel CD con la solita scaletta, farlo partire e godersi il resto della serata al bar, circondato dalle sue groupie. Anche i Dj hanno le groupie, l’avreste mai detto? Prendo il mio Paper Mate nero indelebile e, proprio sotto la frase di Jim Morrison scrivo bello grosso “hang the Dj”, come la canzone degli Smiths. Abbozzo un sorriso tra me e me, fiero della mia opera e della mia sagacia, ma subito il pensiero della mia imminente partenza lo fa appassire. Domani parto, e stasera non c’è modo di essere allegri.


Stefania si fa largo tra la folla e viene verso il fondo della sala, verso di  me:


“Stefà” le dico “ho visto un naso divincolarsi tra la gente e dietro c’eri tu”. Ha il naso un po’ lungo Stefania ed io la prendo giro appena posso.


“Ma vaffanculo” ribatte lei ridendo. È tranquilla Stefania, sta sempre al gioco. “Vuoi?” e mi allunga il suo cocktail rosso. È negroni, non devo neanche annusarlo per saperlo. Avevo giurato di non bere, stasera, sempre per il fatto che domani parto. Invece dico “ma si!”, e butto giù un lungo sorso.


“Finiscilo se vuoi, a me non va più”.


Stefà, tu mi leggi nel pensiero!  


“Non balli?” mi fa lei già madida di sudore.


“No, Stefà, sto in paranoia…”. Lei mi guarda storto:


 “Ma daiii… è per domani? Ma che te ne frega, divertiti! Una vita abbiamo!” e dicendo così sparisce di nuovo tra la gente. Proprio perché  è una sola, la vita, non vedo perché sprecarla. Decido di uscire a fumarmi una sigaretta:

“Che serata di merda” dico ad alta voce passando sotto le casse, in modo che nessuno mi senta. In realtà è una serata né più né meno come le altre. Anzi, c’è un sacco di gente e quasi tutti i miei amici. Ma nella mia testa c’è solo l’incubo della partenza. Se anche arrivasse Kim Gordon e spaccasse la chitarra in testa al Dj, probabilmente la noterei a malapena.


Fuori l’aria è fresca e non so perché mi ricorda l’ infanzia. Chiudo gli occhi e aspiro a pieni polmoni, poi mi accendo la sigaretta e alzo lo sguardo al cielo: nonostante le luci elettriche, si vedono un sacco di stelle. Orione è proprio di fronte a me e in un attimo mi ritrovo a dieci anni. Sono insieme a mio nonno sul terrazzo di casa, tutti e due con il naso all’insù. Lui mi sta insegnando le costellazioni: il Grande Carro, quello piccolo, Cassiopea, Andromeda, le Pleiadi. Oggi non riuscirei a riconoscerne neanche una.


“Michè” mi sento chiamare da dietro. È Simone, non l’ avevo ancora visto. “che fai qua fuori? Dentro c’è il casino…”


“Senti Simò, non ho voglia di fare un cazzo, e sto pure mezzo depresso che domani parto!” gli spiego che domani comincio il servizio civile. Due palle! Non so dove mi hanno spedito, cioè, il paese lo so, devo andare a Gravina, ma non so a fare cosa,né se devo dormire là o se la sera mi rimandano a casa. Insomma non so un cazzo, e questo fatto mi rode il cervello.


 “Ho l’autobus alle sette, domani mattina, e stavo pensando di andarmene…”. Magari gli viene la voglia di darmi un passaggio.


Così, dieci minuti dopo, siamo nella sua Fiat 131 Mirafiori, parcheggiati in mezzo alla campagna, a fumarci l’ultima sigaretta prima di andare a dormire. Simone domani lavora, per questo la mia proposta di fuga è stata ben accolta. Abbiamo lasciato il locale senza salutare nessuno. Io avrei dovuto almeno avvertire quelli con cui sono venuto, altrimenti passeranno la serata a cercarmi. Figurati, manco si ricorderanno che ero con loro.


Simone, per tirarmi su, mi sta raccontando per l’ennesima volta del militare. Tutti quelli che sono stati sotto naja alla prima occasione partono col pippone senza risparmiarti neanche gli aneddoti più insignificanti, quasi che loro siano gli unici al mondo ad averlo fatto, il militare. Simone ha appena attaccato con la Sardegna, la birra Icnusa e il poligono di tiro di Quirra, quando una luce blu esplode proprio di fronte a noi. Dura un attimo ma è incredibile: sembra il bagliore prima di un’esplosione atomica o un disco volante che atterra nella radura, come nei film di Spielberg. Io e Simone ci guardiamo sbigottiti: l’abbiamo visto entrambi, non era un’allucinazione. Seguiamo la luce, o forse scappiamo in direzione contraria, fatto sta che ci ritroviamo davanti al filo spinato che circonda la base Nato di Gioia del Colle. Ci sono tre o quattro macchine parcheggiate, c’è gente che è venuta apposta a gustarsi lo show, come un macabro drive-in apocalittico. Ci sono più luci adesso, c’è un aereo che decolla proprio ora.


La Serbia ha appena invaso il Kosovo, e c’è la guerra.


Immagini osservate di sfuggita al telegiornale diventano realtà. Mi sento travolto dagli eventi, dalla storia e dalla mia stupidità. E nello stesso tempo mi sento vivo, come non mi succedeva più da quando la stramaledetta cartolina della chiamata per il servizio civile giace minacciosa sulla mia scrivania.

 

Michele Benincasa

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