mar

08

lug

2014

La Repubblica di Sbarre Centrali | Manuel Giuffrè

Dodici ore di treno, cinquanta giorni in terra straniera. Il rientro a casa ha un gusto agrodolce. E’ sufficiente mettere un piede giù dal treno per lasciarmi alle spalle le noie del viaggio. L’odore di salsedine mi investe in pieno. Strizzo gli occhi alla ricerca della lucida pelata di mio padre. Attraversare la stazione in qualche modo mi alleggerisce. Fuori l’atmosfera è quella di sempre: l’aspetto trasandato di un piano urbanistico nato tardi e il carattere selvaggio di un traffico aggressivo. Dalla stazione centrale a casa il tragitto è breve, ma non saprei definire il numero di sensazioni che mi si accavallavano dentro: il piacere di rivedere mio padre, la fibrillazione per l’imminente ritrovarsi con gli amici, la consapevolezza di potermi crogiolare nell’ozio più totale… Le file di palazzi ci scivolano al fianco mentre serpeggiamo nel budello cittadino. Avvicinandoci a casa, ci lamentiamo dell’amministrazione comunale e altre stupidaggini. A tre quarti del percorso, mio padre ne approfitta per parlare della Reggio di una volta. Passiamo per la strada che praticavo sempre per andare al liceo. Dietro un vecchio muro addensato di manifesti pubblicitari, si scorgono le cime di alcuni alberi; mi spiega che fanno parte del vecchio giardino, il quale conteneva centinaia di esemplari tra piante e alberi. Un tempo luogo d’interesse, è oggi lasciato all’incuria in balìa di erbacce e parassiti. Mi soffermo un attimo a riflettere su quanti luoghi come quello siano celati alla memoria della mia generazione, per poi tornare ad ascoltarlo distrattamente mentre si perde in mille digressioni.

Il mattino seguente mi trascino malvolentieri fuori dal letto e salgo in sella allo scooter di mio padre. Mentre scorrazziamo per la città, ne approfitta per riprendere a farmi da Cicerone. Il vento da una parte, e il casco dall’altra, disturbano e ovattano il mio udito; quindi la conversazione procede sotto forma di urli.

 

- La statua di Atena (situata nella parte bassa del Lungomare) indica il luogo in cui approdò Vittorio Emanuele III e venne incoronato re!

- Come venne incoronato? Sapevo che vi era sbarcato e basta! - dissi

- Seppe della morte del padre in mare e approdò in fretta a terra diventando re!

 

Il resto della conversazione non mi fu chiaro, afferravo si e no una parola su tre. Decido quindi di attendere di trovarci a terra per continuare a conversare, mi limito a dei grugniti di assenso, fingendo di seguire quello che mi dice e lascio che il resto del discorso si consumi da se.

Arrivati allo studio dentistico ci accomodiamo in sala d’aspetto. Ingrandimenti di Francobolli stranieri e foto d’epoca ne rivestono le pareti. Per ammazzare il tempo, e forse perché in realtà di punti d’interesse io e mio padre ne abbiamo davvero pochi, la conversazione ritorna ancora una volta al passato. Le foto ritraevano i Moti di Reggio. Il racconto iniziò pressappoco così:

 

- Erano gli anni settanta. La città era a ferro e fuoco…

 

Tra il 1970 e il 1971 ci fu una rivolta cittadina contro l’assegnazione del capoluogo di regione a Catanzaro. I politici calabresi di allora, che avessero un certo peso, erano di Catanzaro e Cosenza, il rappresentante reggino non ebbe perciò alcuna rilevanza nella scelta dell’assegnazione. Questa scelta politica portò ad un escalation di rappresaglie, alcuni morti e molti feriti.

 

- Hai presente quelle scritte per la città “boia chi molla”? Si riferiscono a quel periodo e al gruppo guidato da Ciccio Franco.

 

Ciccio Franco fu uno dei leader del gruppo rivoluzionario che guidava la rivolta. Uscire per strada era diventato pericoloso. Lo stato aveva mandato la polizia e persino l’esercito a controllare la città, e ci furono violenti scontri nelle strade.

 

- Quindi restavi chiuso in casa…

- No no, io uscivo. Evitavo di andare nelle zone pericolose… Una volta però, mi trovavo al teatro comunale, e ci fu uno scontro…

- T’hanno menato?

- No

- Vabbè, immagino che se si vedeva che non c’entravi nulla…

- Cazzi! Sai quanti ne portavano dentro che se ne stavano al bar per i fatti loro?

 

A quel punto il Carlo, il dentista, ci chiama dentro. Si scherza, si chiacchiera un po’, poi lui e mio padre iniziano a fare i vecchi: parlano di quando erano ragazzi, sbruffoneggiano. Mi sembra quasi di spiarli come si fa con le bestie allo zoo, invece sono sdraiato con la bocca spalancata e l’odiosa sensazione che ti lascia il trapano a ultrasuoni durante la pulizia dei denti. Una volta terminato, nulla sarebbe stato più coerente che andare da Sottozero a far merenda con una brioche al gelato. Ci sediamo nel gazebo situato tra gli alberi secolari del lungomare, e riprendiamo da dove eravamo rimasti.

 

- Fu in quegli anni che spararono a tuo zio Amedeo.

- Lo zio di mamma?

- Lui.

- Per strada?

 

No, era dietro ad una finestra, a un poliziotto partì un colpo, e lo colpì alla testa. Si è salvato per miracolo. Dovresti chiedere a tua mamma se vuoi sapere di più.

 

- E com’è finita la storia?

 

La storia terminò in un misto di repressione violenta da parte delle forze dell’ordine e accordi politici che prevedevano la costruzione nella provincia di Reggio Calabria del quinto centro siderurgico dell’industria di stato e della Liquichimica Biosintesi di Saline Jonica1, accordi truffa che nel primo caso non venne mai mantenuto, nel secondo, si limitò ad ingrassare le tasche della mafia. Terminata la storia terminò la merenda, ormai stanchi di parlare del passato chiacchieriamo di Bologna, e della pasticceria locale. Nella testa non riesco però a lavare via l’immagine di quel mostro di metallo che tante volte ho osservato dal treno a Saline, e in fondo allo stomaco, sotto uno stato di gelato e brioche, spinge qualcosa che ha tutto il sapore di un incazzatura bella e buona. Mi giro a guardare per qualche secondo lo stretto e il cielo azzurro con le sue pennellate bianche che si perdono dietro i monti della Sicilia, poi mi alzo e torno sullo scooter di mio padre a fingere di capire qualunque cosa mi stia urlando.

 

Manuel Giuffrè

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mar

02

lug

2013

Revolver | Babak Farahmand

Guidava dando un’occhiata al contachilometri e l’altro alla strada, stretta e piena di curve. Non si poteva guidare a una velocità superiore ai quaranta chilometri orari, ma lui aveva fretta. La strada era giacciata e pericolosa da attraversare. La neve copriva il paesaggio e distinguere la strada a volte era impossibile. Non c’era anima viva tranne il vecchio, da solo sulla sua Chevrolet Caprice, un rettile gigante di metallo nero , in grado di proteggerlo da qualsiasi pericolo. A destra c’era una valle profonda e paurosa. Il vecchio guardò giù, ma non vide nulla. La nebbia copriva il fondo di quello spazio infinito. Immerso nella scena perse il controllo e la macchina scivolò. Il vecchio stava per lanciarsi giù, ma riprese in tempo il volante, sterzò e rimase l’auto in correggiata. Era sudato e non riusciva a respirare. Si mise una pillola sotto la lingua e poco dopo si sentì meglio. Il cielo diventò più rosso e scuro. Erano le cinque della sera. Cominciò a nevicare tanto forte che il vechio quasi perse la vista della strada e ridusse la velocità. La macchina si trascinava lentamente avanti. Il vecchio Pensò alla sua destinazione, il gelo, le volpi, i pini e il quel silenzio assoluto rotto dal ululate dei lupi e il rumore dei loro passi. Il dolore lo feci tornare in se. Controvoglia ricordò la sua ultima visita dal medico. Aveva sessant’anni e il suo stato fisico era perfetto, ma soffriva da quel dolore sconosciuto. Si era sottoposto a un’infinità di analisi, ma i risultati erano stati incerti. I medici non erano riusciti ad identificare la malattia. Cercò di dimenticare il dolore e accese la radio. Non nevicava più e La macchina saliva verso la cima. Scese e guardò il cielo rosso che rendeva visibile lo spazio intorno. Spense le luci e cominciò a contemplare il bosco mescolando quello scenario con la fantasia. Erano sei mesi che avventurava in quella zona silenziosa. Lo rendeva felice. La neve rifletteva il blu sotto il cielo, fortificato dal nero degli alberi, rendendo la scena impressionante. Di colpo si accorse di una cosa strana. C’ erano tracce umane sulla neve, tracce di un uomo scalzo. Di solito lì si trovavano le tracce dei lupi e dei cervi, ma non aveva notato tracce umane, pensò il vecchio. Da dietro gli alberi sentì il rumore di qualcuno che correva. Il vecchio salì in macchina spaventato. Aprì il cruscotto e prese in mano il revolver.stava sudando. Si asciogò la fronte sua colla mano che stringeva la pistola, mentre con l’altra puliva il vapore dal finestrino. Cominciò ad spiare fuori. « No niente paura, ho fatto fatica ad arrivare qui . E solo questo è la mia fantasia. Qui non c’e nessun uomo tranne me. In ogni caso un uomo è meno pericoloso di un lupo». Scese dalla macchina. seguì le tracce con gli occhi e poi prese l’altra strada che conduceva al suo posto preferito, sulla collina. una collina abbastanza alta, da cui si poteva spiare tutto lo spazio circostante. Arrivò in cima e si fermò sotto un vecchio albero. Si appogiò al tronco e poi cominciò girarli attorno al tronco. Dopo quasi dieci minuti si fermò. si sentiva carico. Era tutto pronto per. Sarebbero stati presenti solo pochi animali a godersi lo spettacolo. Portò fuori alcuni proietilli, ma ne infilò solo uno nel tamburo. Girò il tamburo e mirò alla tempia.Un gufo volò via e sparì verso l’orizzonte e un attimo dopo un uomo nero, alto, appariva tra gli alberi come se lui stesso fosse un albero. pronunciava frasi incomprensibili. Un flashback del suo passato in Africa . Gli sembrò uno dei lebbrosi con il naso sfigurato.« che cosa significa questa presenza? Non mi puoi fermare amico». Spinse il griletto. Dopo un attimo di silenzio il vecchio si svegliò e vide che non era sucesso niente. Il nero era sparito e lui se ne stava inginocchiato sulla neve ridendo in modo pazzesco.Gridò e scese dalla collina. «Il nero avrebbe potuto essere l’ultimo testimone della mia vita. Invece il goco continuerà».   

 

Babak Farahmand

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mer

05

dic

2012

A volte quel che cerchi ti è davvero vicino | Simona Ghidella

Non si può dire che io abbia dei vicini come tutti gli altri.

Non dico che i miei vicini siano antipatici o meno, il fatto è che proprio non li vedo mai. Sono un gruppo di studenti un po' sbandati, che hanno preso in affitto la casa del padre di uno dei cinque.

Il Risultato è che sono quasi sempre in giro invece che a studiare. Spendono un mucchio di soldi in sciocchezze, come l'impianto home theatre con effetto dolby surround che ha la capacità di far ascoltare persino a me, che sono in un altro appartamento, l'audio dei loro videogiochi.

Dal giorno in cui ho cambiato casa ho incontrato i miei vicini soltanto in due occasioni.

La prima volta rimasero chiusi in ascensore e chiesero a me, che passavo lì per caso, di chiamare aiuto.

La seconda strillavano tra loro sul pianerottolo, rinfacciandosi a vicenda di aver lasciato sfuggire il loro scoiattolo.

Questo fino a stasera.

Erano le sei del pomeriggio e stavo cercando di concentrarmi sul manuale di Legge ma l'occhio mi cadeva in continuazione sul display del cellulare.

Nonostante mi fossi lasciata da tanto con Paolo, ancora mi risuonavano nella mente

come una maledizione le parole del suo messaggio: “Se cambi città tra noi è finita”.

Il tempo di festeggiare il successo dell'esame d'ammissione a Giurisprudenza e l'arrivo di quel messaggio aveva distrutto metà dei miei progetti, tra cui quello di sposarmi un giorno con lui.

Paolo...quanto lo amavo.

Eravamo compagni di classe ma non ci parlavamo molto. Lui era il classico bel ragazzo, studente modello e allegro con tutti.

Era la primavera e io durante l’intervallo adoravo sporgermi dalla finestra e lasciarmi accarezzare dalla brezza del corridoio.

Nonostante anche io andassi d'accordo col resto della classe c'erano volte in cui preferivo

godermi solitaria un po' di tranquillità, far volare i pensieri, mentre vedevo scorrere le auto nella quiete mattutina.

“Che fai?”

Mi voltai e al mio fianco c'era Paolo. Mi sorrideva.

“Niente- risposi un po’ impacciata- mi piace guardare fuori dalla finestra, mi rilassa.”

Lo trovavo un bel tipo, anche se di rado ci eravamo parlati.

Non sapevo bene cosa dirgli.

“Anche io sono uscito per staccare un po'.”

“Tu sei sempre gentile e popolare tra tutti i compagni. Come tra le ragazze del resto.” - mi scappò di dire.

Paolo arrossì. Probabilmente non si aspettava un complimento così schietto da qualcuno con cui aveva poca confidenza.

“Grazie.”- disse sorridendo.

Da quel giorno quella finestra assunse un significato speciale.

Io e Paolo ci incontravamo lì tutti i giorni ad ogni intervallo. Non vedevo l'ora che suonasse la campanella, visto che in classe il nostro rapporto era rimasto identico prima, anche se ogni tanto, di nascosto dagli altri, ci sorridevamo complici.

Dopo un po' capii che mi ero innamorata di lui. Non riesco a descrivere a parole la

sensazione di benessere che riusciva a trasmettermi Paolo e quell’ atmosfera che si veniva a creare tra noi durante gli intervalli accanto alla finestra.

Senza che ce ne accorgessimo cominciammo a trascorrere sempre più tempo insieme e un giorno mi dichiarò il suo amore.

Era quasi sera.

Il cielo si era tinto di un azzurro tenue che andava man mano scurendosi.

Stavamo passeggiando, quando lui si fermò e mi prese per mano.

“Marina. Io...mi sono innamorato di te.

Stordita per l’emozione e con le lacrime agli occhi gli risposi che anch’io provavo la stessa

sensazione, da quando era venuto a parlarmi la prima volta alla finestra.

Evidentemente era un sogno così bello che prima o poi mi sarei dovuta svegliare.

Diventare avvocato è sempre stato il mio desiderio più grande.

Pensai che fosse la cosa migliore studiare in una città rinomata per la facoltà di giurisprudenza e

tentai il test d’ingresso per studiare fuori sede.

Paolo però era sempre più scontroso quando gli accennavo alla possibilità di andare a studiare fuori.

“Paolo cos'hai? Perché ogni volta che ti parlo dell'università fai quella faccia?”

“Non è l'università - rispose furioso- ma il fatto che vuoi andartene da qui!

Perché ti arrabbi? Vado solo a studiare fuori città. Ma sarò qui ogni volta che potrò!”

“Non è la stessa cosa e lo sai bene! –urlò- Non mi hai neanche chiesto cosa ne penso, al fatto che mi mancherai. Non mi hai tenuto in considerazione nella tua scelta! È questo che non riesco ad accettare.

“Non è vero, Paolo! È proprio perché ho pensato al nostro futuro insieme che voglio diventare eccellente nel mio campo! Io voglio vivere con te...e voglio il meglio per me.”

“Strano sembrerebbe il contrario. Comunque sappi che la tua è una decisione folle. Se credi agli amori a distanza sei un'ingenua.”

In quel momento mi sembrava di non riconoscerlo. Non era più il principe azzurro perfetto e solare di cui mi ero innamorata ma un ragazzino capriccioso ed egoista.

“Perché? È da ingenui credere che se ci si ama davvero si può sopportare il fatto di non vedersi tutti i giorni? Allora si, sono un'ingenua!”- urlai tra le lacrime.

Il giorno dopo partì ugualmente per affrontare il test, anche se la notte prima mi ero rigirata nel letto tormentata dal pensiero che Paolo potesse davvero lasciarmi. Poi però ripensai a tutte le cose belle che c'erano state tra noi e sorrisi, pensando che era impossibile potesse accadere sul serio.

Durante il test ero di buonumore e concentrata e riuscì a rispondere a più della metà delle domande.

Io e Paolo non ci eravamo più sentiti da quel giorno, ma pensavo fosse utile fargli sbollire la rabbia.

Due giorni dopo arrivarono i risultati del test. Ero così felice di essere passata che il mio primo pensiero fu scrivergli un sms.

Non ebbi però la risposta che mi aspettavo. Durante il viaggio di ritorno non spiccicai parola.

Ogni tanto mi sforzavo di sorridere per non preoccupare i miei genitori che non capivano perché fossi tanto giù di morale.

Ritornata nella mia città spiegai di nuovo a Paolo il mio stato d'animo ma lui era sempre della stessa idea e così finì che ci lasciammo definitivamente.

Anche se cercai di vederlo ancora, non lo incontrai mai più.

“Passerà” -mi dissi. “Chissà, magari quando andrò in Erasmus l'anno prossimo troverò un nuovo amore, lontano dalla mia città e dai ricordi.

Ma forse questa speranza non era altro che l'ennesimo tentativo di scacciare il peso della solitudine.

Il volume della Playstation era sempre più alto e dal brusio di voci proveniente dalla tromba delle scale capii che i miei vicini avevano aperto la porta.

“Starà per cominciare un'altra delle loro feste” -pensai con misto di spensieratezza e di malinconia.

Invece un attimo dopo il campanello di casa suonò. Sbirciai dallo spioncino e vidi un ragazzo carino. I capelli castani gli coprivano la fronte e si guardava attorno.

Aprì la porta balbettando qualcosa.

“Ciao non so se ti ricordi –fece lui- sono uno di quelli rimasti nell'ascensore la settimana scorsa...

Senti, visto che siamo vicini e non c'è stata mai l'occasione di presentarci come si deve, se

non hai qualcos'altro da fare, ti va di unirti a noi per una festa?”- me lo chiese in maniera un po'

impacciata ma gentile.

Devo ammettere che quell'invito mi fece piacere.

“Bene. Più siamo più ci divertiremo! Sai non sempre riusciamo a stare in casa, perché io e i miei amici aiutiamo mio padre negli affari.”- disse orgoglioso.

“Affari? Di che genere?” -domandai curiosa.

“Ha una ditta di elettronica. Io studio ingegneria informatica e sto facendo uno stage lì per completare gli studi. Con loro mi occupo dei tester per i videogame che produce.

Insomma, ci divertiamo e accumuliamo esperienza.”

“Ma dai” - dissi a voce bassa parlando tra me e me sorridendo. Lui mi guardò interdetto ma poi sorrise anche lui.

“A proposito io mi chiamo Alessio e tu?”

“Marina, piacere.”

Entrati in casa c'era un gran vociare festoso. Due ragazzi e due ragazze giocavano alla

Playstation, bevevano e sembravano divertirsi molto.

Ci accolsero con un gran sorriso, rivolto soprattutto a me.

“Ecco perché prima sei sgattaiolato fuori. E io che credevo ti fossi sottratto alla rivincita.” - disse un bel ragazzo dallo stile rap rivolto ad Alessio.

“Uno come te lo batto ad occhi chiusi. Sai bene che sono cresciuto a pane e videogiochi.”- commentò divertito Alessio.

Alessio mi presentò i suoi migliori amici nonché coinquilini. Parlò benissimo di tutti: Fabrizio studiava odontoiatria, Tiziano lo definì il genio della cucina, aggiungendo che tutti e due facevano i tester con lui.

Patrizia e Silvia seguivano i corsi di estetica e veterinaria, facendo anche le contabili dei conti della casa. Di me disse il nome e che studiavo giurisprudenza.

“Ora scusa Marina ma devo un attimo sistemare Fabrizio a Point Blank.”

Mentre la battaglia ludica infuriava tra Alessio e Fabrizio con Tiziano che li incitava entrambi, Patrizia e Silvia mi invitarono a sedermi sul piccolo divanetto accanto a loro.

Patrizia era una bella ragazza, bionda e dall’aspetto molto curato. Silvia al contrario, pur essendo carina, trasmetteva una sensazione di naturalezza.

Presto ci raggiunse il loro scoiattolo.

“Che carino! Anche a me piacerebbe tenere un animaletto ma vivo da sola e nessuno potrebbe occuparsi di lui quando non ci sono.”

“È di Alessio ma lo teniamo a turno a seconda degli orari. Gli piace scappare, anche se lo trattiamo come un re.” - commentò Patrizia.

Patrizia mi si avvicinò con fare complice.

“Senti ma per caso sei la ragazza nascosta di Alessio?”-mi domandò.

“Cosa? No, ci siamo conosciuti giusto stasera. Mi ha invitata perché gli sembrava carino conoscersi tra vicini.”- risposi imbarazzata.

“Beh, però tra i vicini del nostro piano c'è anche una vecchietta, ma non mi pare l'abbia mai invitata per fare conoscenza!”-replicò Silvia.

Sbucò all’improvviso Alessio.

“Si può sapere di che state parlando?”

“Niente, niente Ale tranquillo.”- dissero le due amiche in coro.

“Tiziano dove sono i bicchieri bianchi e rossi?”

“Boh, Patrizia li ha spostati perché non si abbinavano con le altre stoviglie, chiedilo a lei.”

“Si infatti. Ora li ho sistemati tra quelli viola.”

Poco dopo Alessio e Patrizia tornarono con bibite e panini farciti e cenammo tutti insieme.

La serata trascorse tranquilla e a mezzanotte passata salutai tutti e li ringraziai della compagnia.

“Aspetta Marina ti accompagno.”

“Non serve Alessio – lo bloccai- devo solo uscire fuori dalla porta.”

“Ci rivediamo presto allora!”-disse lui, sfoggiando un bel sorriso luminoso.

Non so perché, ma invece di essere contenta il suo sorriso mi rese triste.

Tornata in appartamento spensi le luci e mi avvicinai al balcone. Amo stare sul balcone prima di dormire, circondata dal silenzio e dal buio, rischiarato appena dai raggi lunari.

Si sentivano ancora le chiacchiere dei ragazzi provenire dall’appartamento a fianco.

Stavo per spegnere il telefono, quando sul display scorsi la cartella messaggi e mi tornò in mente Paolo. Mi chiedevo quando sarei riuscita a eliminare il suo messaggio, quello con cui mi aveva lasciato.

“Marina!”

Mi voltai di scatto facendo cadere il telefono.

“Alessio, sei tu. Ero sovrappensiero.”

“Il telefono ha preso un bel colpo. Scusa, non volevo spaventarti.”

“Spero solo che non si sia rotto.”

“Posso darci un'occhiata, me ne intendo di tecnologia.”

“Ah...no grazie , non fa niente.”

Non so perché ma non volevo fargli vedere il messaggio di Paolo, nel caso fosse rimasto ancora sul display. Quando guardai il messaggio però non c'era più. Metà memoria del cellulare si era persa assieme a tutti i messaggi di Paolo.

“Ehi che c'è?”- domandò Alessio preoccupato dal mio silenzio.

“Niente.”- risposi con un triste sorriso.

Meglio così. Ci aveva pensato il caso a far sì che quel messaggio che mi aveva ossessionato per un anno intero sparisse.

Alessio pareva preoccupato.

“Perché stai sempre da sola? – mi chiese- Non ho mai visto un'amica a casa tua...”

“Diciamo che venire qui non è stato come mi aspettavo.”

Stemmo in silenzio ognuno a guardare di fronte a sé.

“Ora torno dentro ma se hai bisogno di qualcosa non farti problemi, sarò felice di vederti.”

Vedendolo allontanarsi provai una grande tristezza e capì che forse mi ero innamorata di lui. O forse mi faceva solo piacere essere consolata da lui. Ero confusa.

La mattina dopo fui svegliata dalla voce di Patrizia sul pianerottolo.

“Ale sbrigati, lo sai che se fai tardi anche stavolta il prof ti farà fare una figuraccia davanti a tutti.”

“Ma come sei premurosa.” - ribatté Ale sbadigliando.

“Oddio che capelli hai! Vabbè per stavolta ti lascio andare. Non ho tempo. Devo correre a lezione.”

“Ma tu pensi solo all'apparenza, Patri?”

“Penso solo che un ragazzo carino deve prendersi cura di sé.”

“È un complimento?”

“No, una critica.”

Scoppiarono tutti e due a ridere e io pensai a come erano affiatati e che stavano bene insieme.

Scesero le scale e non li vidi più.

Passò un po' di tempo e non andai più a trovare Alessio e gli altri perché mi faceva troppo male,

Alessio mi piaceva sul serio e trovavo più sensato evitarlo.

Una sera però bussò di nuovo alla mia porta.

“Scusa ma è successo qualcosa per caso? Non ti fai vedere più e ogni volta che ti incrocio per le scale scappi. So che non sono fatti miei, ma vorrei sapere se ti ho fatto qualcosa di male...”

“No io...scusami!”- non riuscì a trattenere le lacrime e scappai.

“Marina!”

“Perché sto scappando? Sono una stupida.” - pensai.

“Aspetta!”

Alessio mi afferrò per la mano.

“Perché scappi sempre via?”

“Perché ti amo. Lo so che non dovrei, che stai con Patrizia. E per questo non mi sono fatta vedere.”

“Ma...chi ti ha detto che sto con Patrizia? L'unica ragazza che mi piace sei tu dal primo istante che ti ho visto. Credevo lo avessi capito.” – ammise imbarazzato.

“Finalmente ce l'ha fatta! Non ne potevamo più!” - esclamarono i coinquilini che osservarono divertiti la scena dietro l’uscio della porta.

Da allora non sono stata più sola. Ogni giorno vado a trovare i miei amici a fianco e il mio Ale, con cui guardo le stelle.

 

Simona Ghidella

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lun

16

lug

2012

Vado a prendere la macchina | Rudy Dore

Tumb!

"Ma che ore sono?"

"Le due e quarantacinque. Ci risiamo." 

"Cos'è? hanno sbattuto una porta o hanno riniziato a lanciare i piatti?"

"Mi sono svegliata anche io adesso, ho sentito solo una botta."

"Senti quanto urlano... io vado a fumare in terrazzo e aspetto che finiscano."

"Ti raggiungo fra un minuto."

Tum! Tum! Tum!

"Sergio! Sergio!  Chiama i carabinieri! Sergio..."

"Sergio è la vicina... ti sta chiamando."

 

"Buongiorno Laura, ti ho lasciato del caffe."

"Buondì Giulio. E' da tanto che sei sveglio?"

"Ho fatto fatica a riaddormentarmi stanotte, sai dopo che la signora Cimmino..."

"Ha già, mi ero dimenticata. Alla fine li hai chiamati i carabinieri?"

"No. Non ho sentito più niente, non cel'ho fatta, ho pensato al piccolo Marco. Dopo l'ultima volta gli assistenti sociali erano stati chiari ricordi?"

"Vado a fare la spesa, ti serve qualcosa?"

"No ma vengo anch'io, il cielo si sta schiarendo, possiamo lasciare la roba in macchina e andare ai boschi nel primo pomeriggio."

"Ottima idea, prendo la tovaglia e facciamo un pic nic."

"Vado a prepararmi"

 

"Chiudo io la porta"

"Ok, intanto vado prendere la mac..."

"Hei... chi si vede, i miei vicini preferiti, come andiamo?"

"Signor Cimmino, tutto bene, lei? E' da un po' che non vedo sua moglie, come sta la signora?"

"è andata a trovare i parenti. Era da un po' che mancava. Così  io e il piccolo in questa giornata di festa, siamo andati a vedere le bestie nei boschi."

"Ah ecco spiegato perchè quel binocolo..."

"Ehhh io con questo vedo tutto... sapesse nel palazzo di fronte... come glielo buttano da dietro alla ragazza del quinto piano...."

"Giulio io vado a prendere la macchina."

Hem... vengo anche io ci stavamo giusto salutando..."

 

"Dov'è parcheggiata l'auto?"

"E' in Piazzetta del Papa."

"Hei guarda chi c'è"

"Marco ma cosa ci fai qui?"

"Io stavo giocando con le formiche."

"Ma con quel ramo così le schiacci."

"E se te lo mettessi nella passera?"

"Marco ma chi ti ha insegnato queste cose?"

"Gesù."

"Vado a prendere la macchina..."

 

Rudy Dore

 

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dom

15

lug

2012

La bicicletta rossa | Elisa Furlani

Amavo quella bici rossa più di ogni altra cosa al mondo.

Quand’ero ragazzo io e mio padre l’abbiamo riparata decine di volte nel nostro capanno. L’aveva trovata lui stesso in un negozio di roba usata, giù in paese, diversi anni prima. Da allora non me ne sono mai separato.

L’ultima volta che io e il babbo l’abbiamo aggiustata lo ricordo come uno dei momenti più belli della mia vita. Ricordo lui che testava i freni: “quando andrai via da questo buco di paese e sarai qualcuno” mi diceva sorridendo “ promettimi di comprarti una bici nuova, una bici come si deve!” Poi, facendo  roteare la ruota anteriore ammiccava, segno che anche quella volta avevamo finito di sistemarla. Faceva sempre così, era un rito che mi piaceva e restavo lì a fissare quella ruota finché non si fermava. Clac Clac Clac. Per me quello era il rumore più bello del mondo. Pensavo che anche il campanello dell’intervallo a scuola sarebbe risultato più gradevole se avesse prodotto lo stesso suono.

Dieci anni dopo vivevo ancora nello stesso paese dove avevo l’impiego fisso di lattaio.

Consegnavo tutti i giorni il latte alle cinquecento anime che popolavano quel posto e lo facevo immancabilmente con la mia bici. A volte pensavo che era per non mantenere la promessa con mio padre di acquistarne una nuova che non  me n’ero mai andato. Ricordo delle mie gite fuori porta, il grigiore di Milano e il caos di Roma. L’unica cosa che pensavo ogni volta era che volevo tornare a casa mia.

Anche quel giorno stavo consegnando il latte. Dividevo il paese in zone, in modo da portare solo una ventina di bottiglie alla volta.

“Benedetto ragazzo, una volta o l’altra t’invito a pranzo a casa mia!” Mi ringraziava Elena, una signora sull’ottantina. Lo diceva da quando avevo cominciato a fare quel mestiere.

“Questo latte dovrebbe essere a lunga conservazione visto che sei tu a portarlo. Me lo consegni che è già il tramonto, cosa me ne faccio secondo te? Colazione alle nove di sera?” Mi ammoniva il burbero Alberto. Era sempre scontroso quando non c’era la moglie, impegnata a lavorare nella lavanderia del paese. Quando c’era la sua signora lui rigava dritto come una spada ed io perdevo tempo ad immaginare come potesse quella gentile donna di mezz’età rivelarsi un’arpia.

“E’ da anni che ti dico di prenderti il mio motorino. Io non lo uso. Mica ti chiedo dei soldi!” Ripeteva Filippo, l’unico maschio del luogo oltre me ad avere un’età inferiore ai cinquant’anni.

“Me ne vado da qui”  disse un giorno la bella Angelica. Lei era l’unica ragazza del paese e ne ero innamorato dalle scuole elementari. La notizia mi colse così impreparato che subito le avrei voluto rispondere “Ti seguo, dove si và? A Milano? Ci sono già stato e non è male!”

In cuor mio l’avrei riempita di menzogne pur di farla restare vicino a me, lei m’invitò alla sua festa d’addio, il giorno seguente.

Accettai a malincuore. Il giorno dopo la festa era fissata alle cinque di pomeriggio, poco prima che il sole scendesse sui campi trasformando le spighe di grano in oro profumato. Forse il signor Alberto aveva ragione ed io ero veramente lento.

Mi misi in sella alla bici dopo aver caricato trenta bottiglie di latte. Nei miei calcoli così facendo sarei giunto con dieci minuti d’anticipo alla festa di Angelica.

Sul viale alberato decisi di accelerare. Facevo sempre quella strada con mio padre nelle nostre piccole gare di velocità. Lui mi faceva sempre arrivare per primo e sono state le uniche volte nella mia vita in cui mi sono sentito davvero un vincente. Destra, sinistra, giù per tutta la discesa e poi il lungo rettilineo.

Non c’era da stare attenti alle macchine, nessuno passava mai di là. Ma quel giorno qualcosa doveva andare storto. Forse un contadino aveva buttato della paglia sullo sterrato. Forse vi era capitato in mezzo qualche legno. Fatto sta che la bicicletta inciampò in qualche cosa ed io caddi. Il latte a sgorgare a fiumi dalle bottiglie accanto alle mie ginocchia livide.

Non ebbi nemmeno il tempo di pensare a quanto mi ci sarebbe voluto a ripagare il debito di trenta bottiglie di latte non consegnate, che il mio sguardo si fermò immediatamente sulla bicicletta, un cumulo di ferraglia scomposta.

Credo che in fondo ognuno creda al destino, sebbene non tutti lo chiamino con lo stesso nome, ed è così anche per me. Da piccolo lo chiamavo Dio, ora è fato, segno, circostanze.

Davanti i miei occhi sconsolati l’unica cosa che riuscii a fare era fissare quella ruota che ancora girava. Clac Clac Clac.

Mio padre non c’era più da tanto tempo e la bicicletta non si poteva più riparare.

Dovevo solo scegliere se non attraversare più quel viale alberato o semplicemente andarmene da quel buco di paese.

 

Elisa Furlani

 

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mer

11

lug

2012

Luoghi comuni | Lorenza de Luca

Terza

 

A volte capita di imbattersi nei Luoghi Comuni. Nessuno sa dire da dove vengano e dove siano nati, eppure chiunque prima o poi ha dovuto farci i conti. Conducono una vita tranquilla, abitudinaria, finché non vengono chiamati in causa per sottolineare un concetto. Oppure si intromettono in una discussione particolarmente accesa per criticare questo o quell'altro.

I più saggi tra di loro diventano famosi come filastrocche, sempre sulla bocca di tutti, e quando invecchiano non vanno in pensione, ma tengono compagnia ai loro cugini più autorevoli, i Vecchi Proverbi.

Fra di loro si conoscono tutti e si trattano con gentilezza, ma a lungo andare si annoiano l'uno con l'altro a ripetere sempre le stesse cose, quindi preferiscono aggirarsi tra gli esseri umani. Tendono l'orecchio ad ogni frase pronunciata, ad ogni brandello di conversazione o chiacchierata intima.

Non c'è massaia indignata per i prezzi della verdura, anziano che osserva i lavori, marito in crisi con la moglie che sfugga al loro controllo.

Impossibile cercare di coglierli sul fatto. Il loro aspetto è piuttosto ordinario e sono abili a nascondersi.

I Luoghi Comuni abbondano specialmente in quei posti dove le chiacchiere sono più frequenti: nelle sale d'aspetto, sugli autobus, alla stazione dei treni, nei salotti delle case, ai circoli di bocce o al parco.

Qui si siedono fiduciosi al sole, respirano a pieni polmoni e aspettano a mani conserte e gambe accavallate qualche umano che gli capiti a tiro.

 

“Non ci sono più le mezze stagioni!” Esclamò il Primo Luogo Comune, accendendosi la pipa.

“Cielo, quanto avete ragione!” concordò Seconda, stringendosi nella sua giacchetta leggera e sistemandosi il cappello, “ma vedrete! Tempo una settimana e inizierà a fare così freddo che non ci sarà nemmeno modo di abituarsi!”

Terza osservava pensierosa qualche metro più avanti, dove un ragazzino di quindici o sedici anni era intento a mandare sms al cellulare mentre annuiva distrattamente alla madre. Era così assorto che non prestava attenzione, si limitava a fare un cenno con la testa ogni tanto.

Primo non si lasciò sfuggire lo spettacolo, attese che la signora perdesse la pazienza e si intromise: “Ai miei tempi non c'era il cellulare e si sopravviveva lo stesso!”

La donna tolse di mano il telefonino al ragazzo, che protestò accorato e cercò di riprenderselo. La madre fu più veloce e gli assestò uno scapaccione.

Primo e Seconda scoppiarono a ridere, deliziati dalla scena. Terza si voltò di scatto, fulminandoli con lo sguardo.

“Era proprio necessario?”

“Ma sicuro, mia cara” annuì Primo conciliante, “i giovani di oggi non hanno più rispetto!”

Terza rimase in silenzio.

Era un Luogo Comune anche lei, ma al contrario era timidissima e non riusciva mai ad imporsi in un discorso. Anzi, provava addirittura simpatia per gli esseri umani. Era da una buona mezz'ora che osservava quel ragazzino e aveva capito che non voleva mancare di rispetto alla madre, semplicemente stava inviando un messaggio alla sua ragazza con cui aveva litigato la mattina stessa a scuola e adesso tentava di scusarsi, cercando le parole più adatte. Senza cellulare non avrebbe mai avuto il coraggio di rompere il ghiaccio. Terza aveva capito ed era rimasta in silenzio, ma Primo no. Era uno dei Luoghi Comuni più agguerriti, sognava di essere nominato Vecchio Proverbio ad honoris. Efficace e puntuale in ogni occasione era da esempio per tutti gli altri, Seconda gli faceva una corte spietata.

Terza fece per ribattere, ma quello si era già distratto a cercare altre vittime.

“Prima o poi ci faranno pagare anche l'aria che respiriamo!”

“Ormai i cibi hanno tutti lo stesso sapore...”

“Diamo a Cesare quello che è di Cesare, quando c'era lui i treni arrivavano in orario!”

Primo si destreggiava con abilità da un discorso all'altro, aveva l'udito fine e si divertiva a riproporre le frasi che nessuno utilizzava più da tempo per paura di essere considerato banale. Seconda applaudiva eccitata, ridendo ad ogni suo colpo andato a segno.

Terza cominciava a stufarsi. Si agitò nervosamente sulla sedia e tornò ad osservare il parco con i grandi viali ombreggiati dagli alberi e i praticelli ben tosati, ignorando gli altri due.

Una famigliola aveva appena steso un'ampia tovaglia colorata sull'erba e si accingeva a fare un picnic con il pranzo al sacco portato da casa. Terza sorrise, guardando il papà scartare un bel panino ripieno di parmigiana di melanzane e staccarne un poderoso morso.

“Come si mangia in Italia non si mangia da nessun'altra parte!” suggerì all'uomo con voce dolce.

Seconda la sentì e si voltò a guardarla, poi intercettò la famiglia e attirò l'attenzione di Primo, sogghignando mentre glieli indicava.

La moglie, dopo aver distribuito frittata di maccheroni ai figli, sbocconcellò un po' del suo panino e lo ripose velocemente, dicendo di non avere fame.

“Ogni lasciata è persa!” esclamò Primo, e il marito si avventò sui resti del panino prima ancora di aver finito di mangiare il suo.

Terza era indignata quasi quanto la donna. La poveretta aveva dei grossi complessi per il suo aspetto fisico e si ammazzava di diete per tornare al suo peso ideale, mentre il marito poteva mangiare quanto gli pareva e non accumulava un filo di grasso. Cercò di spiegarlo a Primo, ma quello si strinse nelle spalle e disse:

“Guarda che a saltare i pasti mica dimagrisci!”

Era troppo. Terza si alzò di scatto dalla sedia, rivolgendosi direttamente a Primo, livida di rabbia.

“Quando ti ho conosciuto eri diverso.”

L'altro alzò un sopracciglio con aria di superiorità:

“Cosa vuoi...la gente cambia, mia cara!”

Intanto la donna aveva iniziato a battibeccare col marito, mentre i bambini restavano a guardarli perplessi. Terza non sapeva cosa fare, la situazione stava degenerando per colpa di quell'imbecille di Primo. Strinse i pugni, rifletté disperatamente, ma non trovò alcuna frase fatta da dire per calmare gli animi.

All'improvviso le venne un'idea. Si concentrò sul marito, sforzandosi di pensare esclusivamente a lui, alla donna che aveva davanti e alla bella famiglia che avevano costruito assieme.

“Per me sei sempre bellissima!” esclamò, e ci mise tutta la sincerità di cui era capace.

Primo e Seconda erano allibiti. Un Luogo Comune che non parla per luoghi comuni! Com'era possibile? Si voltarono a guardarla con gli occhi sgranati. La moglie nel frattempo era arrossita, mentre i bambini sorridevano.

Terza tirò un sospiro di sollievo e lanciò uno sguardo di trionfo agli altri due, incapaci di spiccicare parola.

“Sai cosa ti dico, Primo?” mormorò, alzando il mento con strafottenza, “la madre degli imbecilli è sempre incinta!”

E detto questo sparì, lasciando la sedia vuota al sole.

 

Lorenza de Luca

 

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sab

07

lug

2012

Le Mani | Lucrezia Buganè

Le Mani

 

“Non ce l’ho il costume”

“Ma che t’importa? Siamo solo noi!”

Slacciai il bottone dei jeans titubante e li sfilai, lasciandoli appoggiati alla sdraio.

Rimasi in maglietta e mutande, prendendo tempo valutando la temperatura dell’acqua con la punta del piede.

“Dai che è calda!” urlò lui sfrecciandomi accanto e tuffandosi a bomba.

“Ma sei scemo!?”

“Tanto devi bagnarti lo stesso, erano solo due gocce, su!”

Rise come rideva sempre quando era felice davvero.

Gli diedi le spalle, mi spogliai.

Tenevo gli occhi bassi, ancorati ai piedi. Lentamente li alzai per osservarlo nel riflesso della porta a vetri.

Nuotava in apnea. Un serpente bianco, sinuoso.

Avrei preferito mi guardasse.

“Allora?”

“Arrivo!”

Feci sporgere di poco le dita dei piedi fuori dal bordo della piscina.

Piegai le gambe.

La testa fra le braccia distese.

Era circa a un metro di distanza, davanti a me, in mezzo alle increspature scintillanti dell’acqua.

Lo scavalcai in un tuffo che mi sembrò lentissimo, spalancando gli occhi mentre lui chiudeva i suoi.

“Caspita! Voglio provarci anche io!”

Riemersi con tutti i capelli appiccicati alla faccia.

“Anni e anni di allenamento, non credere sia così semplice.”

Prese in bocca dell’acqua e me la sputò addosso.

Continuò a ridere e tossire assieme a causa dell’acqua bevuta, nuotò fino alla scaletta e risalì.

“Adoro queste giornate di totale pigrizia. La libertà è proprio questo, non credi? Avere un porto stabile, sicuro, da poter abbandonare quando si vuole e dove poter tornare appena si cambia idea, perché tanto poi si cambia idea, non credi?”

“Ovvio che sia così”

“Nel senso che molti pensano di prendere, lasciare tutto. Partire, andare, mondi nuovi, una vita diversa. Non so, non m’ispira”

“Stiamo qui per sempre, allora”

Mi guardò perplesso.

“Se non vuoi andare, stiamo qui”

“Ma si può andare, basta che poi si possa anche tornare”

“Vuoi le cose un po’ troppo facili secondo me. Poi perdi il gusto.”

“Odio fare fatica”

“Ricordi quando volevamo ripercorrere insieme le tappe del viaggio di Che Guevara da Cordoba a Caracas?”

“Certo che me lo ricordo”

“Già… Avevamo detto che sarebbe stato il viaggio dei 21 anni. Ora ne abbiamo 23.”

“Possiamo sempre farlo”

“Io e te?”

“Chi altri?”

Trattenni il respiro e mi immersi fino a sedermi sul fondo della piscina.

Riuscivo a vederlo attraverso la superficie della piscina, distorto e rattrappito.

Lanciò una ciabatta nella mia direzione. La ciabatta rimbalzò sull’acqua e rimase a galleggiare vicino ad una delle bocchette laterali.

“Hai intenzione di annegare? E’ da 10 minuti che stai lì!”

Mi stava parlando, ma non sentivo.

In quel momento non volevo sentirlo affatto. Solo continuare a vedere il suo corpo storpiato.

Anche le dita lunghe e affusolate delle mani, erano diventate corte e tozze.

 

“Sai, ho provato ad immaginarti basso e grasso. Saresti bellissimo.”

Mi avvolsi l’asciugamano attorno alle spalle. Lui aprì l’ombrellone.

“Grazie, ora che me l’hai detto mi sento meglio”

“Guarda che lo penso sul serio. Hai presente quella canzone che parla del fatto che spesso si pensi di amare qualcuno, ma in realtà è solo come ripararsi sotto un ombrellone? Dai, quella velocissima”

“Ma di chi è?”

“Non me lo ricordo. Ha a che fare col mare.”

“La canzone? Per via dell’ombrellone?”

“No, il nome del gruppo. Dice che è impossibile essere davvero liberi, perché succede sempre che qualsiasi cosa uno dica o faccia finisca di nuovo in catene, legato come un salame”

“Legato come un salame? Credevo esistessero solo nei fumetti certi modi di dire.”

“Non è questo il punto! Mi ascolti?”

“Ti ascolto, ma non capisco dove vuoi arrivare…”

“Non voglio arrivare da nessuna parte, voglio stare in apnea, sempre, senza incatenarmi, senza incatenarti, non voglio ombrelloni sotto cui ripararmi.”

“Devo chiuderlo?”

“Ho guardato le tue mani e sembravano zampette di nutria”

“Non ti seguo più”

“Mi sono sempre piaciute le tue mani… Da pianista, lunghissime, come dei ragni pallidi. Poi ho pensato che non fossero le tue mani a piacermi, ma il fatto che fossero bianche. Mi capisci? Ho pensato che tu potessi essere il mio ombrellone. Ci conosciamo da sempre, forse era normale crederlo. Ho anche pensato che sarebbe bastato chiuderlo l’ombrellone per non sentirmi più così.

Ma non avevo capito niente. Perché non lo sei, non sei per niente un ombrellone, no.

Ho guardato le tue mani che sembravano zampette di nutria ed erano bellissime, è questo il punto!

Non erano lunghe, bianche, affusolate, ma erano bellissime.

Quanto costa chiedersi se è veramente amore?”

Mi fissava con gli occhi sbarrati, mentre i miei capelli sgocciolavano sulle piastrelle spezzando il silenzio.

Lui si alzò ed entrò in casa. Tornò con un pacchetto di sigarette.

Tutto era immobile tranne il fumo che gli usciva dalla bocca.

Anche l’acqua pareva essersi condensata in un enorme blocco di gelatina azzurra.

Il suo viso iniziò a muoversi impercettibilmente in una smorfia sempre più simile ad un sorriso, finchè non esplose nella sua solita fragorosa risata.

“Tu pensa!”

“Tu pensa cosa?” gli dissi di rimando.

Michele spense la sigaretta e mi fissò.

“Zampette da nutria, eh? Questa me la paghi, Enrico!”

Mi spinse in acqua e rise come rideva sempre quando era felice davvero.

 

Lucrezia Buganè

 

 

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mer

25

gen

2012

Kill Saddam | Michele Benincasa

KILL SADDAM
                                                                                          Domenica pomeriggio.

Il cross è morbido e preciso e Liborio non può farsi sfuggire l’occasione: voltando le spalle alla porta stoppa di petto, si alza la palla col destro e parte con una mezza sforbiciata indirizzata al sette. In porta c’è Aldo che di solito in questi casi si sistema gli occhiali con l’indice, per poi ritrarsi alzando una gamba e assumendo, dalla cintola in su, una posizione fetale, che lo protegge dalla botta di Liborio. Liborio ha un destro micidiale. Questa volta però Aldo allunga il braccio e respinge verso il destro di Manuel, che invece è mancino e svirgola con l’esterno. La palla si alza a campanile e schizza verso il terrazzo della scuola materna, di cui una parte della parete est, incorniciata da due grondaie, funge da porta. Il gioco è la germanese, serve  una sola porta. Il pallone è un super santos, un pallone di merda, leggerissimo. Infatti rimbalza sul cornicione tentennando un attimo solo sulla direzione da prendere e infine, sorretto da un impercettibile alito di vento, finisce sull’odiato terrazzo. Nei giorni normali seguono discussioni interminabili prima con le bidelle e le maestre poi che alla fine cedono e lasciano libero accesso per recuperare la sfera. Ma oggi è domenica, e la scuola è chiusa.
-    Sei proprio un cesso!
-    Eccheccazzo!
-    Manuel, manco Gesù Cristo te lo raddrizzerà mai quel piede!
Oggi sono in cinque e Michele e Paolo, che abitano di fronte alla porta, stanno già entrando in casa alla ricerca di qualche palla sgonfia dimenticata sotto il letto o chissà dove, quando Liborio li richiama in strada:
-    Oh, e che ci vuole, mo’ vado io.
Si arrampica sul cancello dell’asilo, fino a stare in equilibrio sul bordo. Si poggia con le mani sulla parete, le allunga verso la struttura in ferro che se ci fosse reggerebbe una bandiera, e ci si aggrappa. Poi facendo forza con le braccia si spinge in su e si alza in piedi quasi fosse lui, la bandiera. Infine sale sul cornicione e si gira verso la strada, guardando gli altri dall’alto in basso, letteralmente. Tutti esultano come se avesse scalato il Gran Sasso a mani nude.  Liborio alza le braccia mostrando i muscoli, quando dal balcone di fronte a lui si leva un applauso lento ma deciso, scandito quasi fosse un metronomo:
-    Bravo! Sei proprio bravo!
È quel tipo strano che se ne sta sempre a fumare in pantofole e pantaloncini sul balcone all’ultimo piano, il signor Forini, che tutti chiamano Furino come il mediano della Juventus negli anni ottanta.
-    Sei forte! Sei veloce! Sei agile!
Ha una voce meccanica e lo sguardo assente. Più che strano sembra matto.
-    Ti ho visto, come giochi, come ti sei arrampicato. Sei bravo.
-    Si vabbè, grazie. E allora?
-    Mi puoi servire. Vuoi aiutarmi nella mia missione?
A nessuno frega più nulla ormai del pallone che Liborio ha già tirato in strada, e sono tutti sotto il balcone di Furino, col naso all’insù. Liborio scende dal terrazzo veloce come ci è salito, raggiunge il gruppo ma non risponde. Altro che matto, questo è proprio psicopatico.
-    Non vuoi aiutarmi? È una missione importante. Anzi, potete venire tutti con me! Ci state?
-    Dicci che missione è! Come facciamo a rispondere?
È Manuel che si fa avanti ridacchiando, per mascherare il leggero senso di inquietudine che sente crescere intorno a lui.
-    Non ve lo posso dire.
-    See, vabbè. Ci stai prendendo per il culo.
-    Non ve lo posso dire ora perché prima devo capire quanto siete coraggiosi. Se accettate ve lo dico.
-    E ci mancherebbe!
-    Va bene, accettiamo!
Liborio rompe gli indugi e subito tutti lo seguono. Ora è tutto un coro di “ ci sto!” “partiamo!” “missione su Marte!” e risate grasse. Non c’è più alcun dubbio: al tipo gli manca qualche rotella e conviene riderci su. È di nuovo Liborio che riporta tutti all’ordine:
-    Allora? Abbiamo accettato tutti. Qual è ‘sta missione?
Furino abbozza il primo sorriso dalla sua entrata in campo, che gli viene fuori simile a una smorfia di dolore:
-    Ve lo dico la prossima volta, ora è tardi.
E rientra in casa tra le proteste generali. Nonostante abbia una quarantina d’anni, il signor Forini abita ancora con i genitori. Nessuno li ha mai visti, ma sentiti si. Le urla che vengono dall’appartamento all’ultimo piano le avranno sentite tutti. Chissà se vive ancora con i genitori perché è pazzo, o se è pazzo perché vive ancora con i genitori.

                                                                                         Mercoledì mattina.

Il 2 Giugno è festa nazionale. Niente scuola e tutto il giorno da dedicare al calcio. Oggi ai cinque si sono aggiunti anche Fabio detto Brunetto e Giuseppe, il che è un bel problema: se si è in numero pari superiore a quattro, si opta per una partita tre contro tre o quattro contro quattro e così via. Se si è in un numero dispari fino a cinque, l’unica è la germanese. Ma in sette si è in troppi per la germanese, e una partita tre contro quattro non sarebbe regolare. Certo, si può fare una squadra di tre con i più forti e quella di quattro con i più scarsi, ma questa di solito è una soluzione che non accontenta nessuno. Inoltre quando c’è molta gente la strada diventa troppo piccola anche per una partita, e ci si deve spostare su una grande piazza distante due isolati, detta Le Scuole o Le Poste perché compresa tra l’ufficio postale e la De Amicis.
-    Dài Giusè, chiama tuo fratello così siamo quattro contro quattro e andiamo sulle Scuole.
-    No, sta studiando, non può venire.
Giovanni, il fratello di Giuseppe, è un po’ più grande di tutti gli altri. È già al liceo e giocare coi bambini comincia a non fare più per lui. I suoi compagni di scuola lo prenderebbero per il culo a vita, se sapessero che si intrattiene ancora con dei dodicenni.
-    Vabbè, allora Aldo, tu non giochi.
-    Puoi fare l’arbitro!
-    Andate a ‘fanculo!
È chiaro che la cosa non si risolverà tanto facilmente. Inaspettata, una voce meccanica proveniente dall’alto mette fine al battibecco:
-    Ehi, ragazzi!
Automaticamente tutti si avvicinano al balcone, in attesa della rivelazione. Anche gli assenti di tre giorni prima, i quali naturalmente sono già stati informati della strana conversazione con quel matto di Furino. Anche loro muoiono dalla voglia di saperne di più di questa fantomatica missione.
-    Allora, siete pronti?
-    Certo che siamo pronti, te l’abbiamo già detto!
-    Il 2 Agosto.
-    Che succede il 2 Agosto?
-    Il due Agosto partiamo. State pronti per quel giorno.
-    Partiamo? E dove andiamo?
-    A uccidere Saddam.
C’è un momento di silenzio, in cui nessuno sa se ridere a crepapelle o chiamare la neuro. Ma la curiosità è troppa. Qual è la linea di confine tra una presa per il culo e la follia pura?
-    Che cazzata, credi che siamo stupidi?
-    No. È una missione importante. Solo noi lo possiamo fare e tutto il mondo ci ringrazierà. Saremo degli eroi.
Più parla e più si fa serio. Forse ci crede davvero a questa storia, ma è  l’unico. I ragazzi stanno prendendo consapevolezza di aver trovato un altro passatempo oltre al calcio, per quell’estate. Un passatempo dove non bisogna essere per forza in numero pari o inferiore a sette.
-    Ricordatevelo, il 2 Agosto uccideremo Saddam Hussein.

Le parole “due” “agosto” “Saddam” e “Hussein” diventano, in breve tempo, il tormentone dell’estate. Altro che gli Ace of Base e All That She Wants. Nei giorni e nelle settimane seguenti, Furino si farà vedere sempre più spesso, ripetendo sempre le stesse cose, senza mai fornire mai ulteriori dettagli sulla spedizione. Per i ragazzi è diventato un mito e un capro espiatorio: anche gli sfigati del gruppo, quelli che di solito devono subire le angherie di tutti gli altri, quelli con gli occhiali a fondo di bottiglia, anche loro possono sfottere Furino e farsi belli agli occhi dei compagni. Luglio passa così, tra partite che arrivano a sfiorare le dieci ore e spedizioni inventate in cui i nostri diventano, di volta in volta, paracadutisti che si lanciano sul deserto del Kuwait tra i pozzi di petrolio in fiamme, spie russe in missione segreta nel Golfo, Generali, Maggiori, Tenenti e Sottotenenti alla ricerca del nemico pubblico numero uno. A volte, a qualcuno toccherà fare Saddam Hussein, e così qualcun altro dovrà prendere la parte di Furino che guida l’esercito improvvisato.
Poi, però Furino sparisce per qualche tempo. Arriva la data fatidica.

                                                                                          2 Agosto.

Alcuni sono in vacanza con le famiglie. Manuel partirà dopodomani diretto al solito posto, Roseto degli Abbruzzi. Certe volte i genitori non hanno proprio fantasia. Ivan è tornato la settimana scorsa dalla Sicilia. Fabio, Giuseppe, Aldo, chissà dove sono. Michele e Paolo dovranno attendere i primi di settembre e finiranno in un’ oscura località delle Alpi, Villetta Barrea. Quanto a Liborio, non ci andrà proprio in vacanza.  Cinque è il numero perfetto. Almeno per la germanese. È già pomeriggio inoltrato e sono tutti con la testa altrove: un po’ più in su, al balcone dell’ultimo piano. Niente da fare, Furino è proprio scomparso.
L’estate finisce presto. Troppo presto. Nel paese finisce il primo martedì di Settembre, con la festa della Madonna di Costantinopoli (proprio così), con il pallone aerostatico lanciato in cielo. Si dice che porta bene alla campagna sulla quale cade, ma spesso non supera i limiti del paese e si affloscia in pieno centro, creando ressa della cittadinanza che sgomita per accaparrarsi un pezzo del pallone, forse illudendosi che porti davvero fortuna.
Poi ricomincia la scuola e nessuno pensa più né a Saddam, che è vivo e vegeto, e né a Furino, che invece chissà.

                                                                                         Autunno.

La cosa peggiore della scuola è che toglie troppo tempo al calcio. Per fortuna, al sud gli autunni sono lunghi e basta iniziare a giocare subito dopo pranzo per non doversi accontentare di un’oretta striminzita di divertimento. Ma quest’anno in molti dovranno fare gli esami di terza media, per cui sarà un continuo susseguirsi di madri che si affacciano ai balconi e alle finestre per richiamare i figli all’ordine, ai libri, e al buio delle camerette. Non si riesce mai a finire una partita in santa pace.
È proprio in una di queste occasioni che Furino ricompare dal nulla, in sordina. Quasi tutti sono rientrati in casa. Ci sono solo Michele e Paolo, al tramonto, che mestamente giocano ai passaggi, il gioco più inutile di tutti, ma meglio che niente. Dei due fratelli, Michele è il più grande e certe volte si diverte a infierire su Paolo che però, ci giura, si diverte pure lui. Questo, per esempio, più che un passaggio è un tiro, un siluro degno di una punizione di Mihaijlovic. Paolo non può far altro che scansarsi, lasciando passare la palla che persa potenza scivola verso la fine della strada, assestandosi sul ciglio del marciapiede. Proprio vicino alla pantofola di Furino.
È Furino, pensano i due. Ora ci divertiamo un po’. Dài Furino dicci ancora della tua missione. Dài Furino, spara un’altra data. Cazzo, perché non dici niente? Passaci almeno la palla!
In realtà nessuno spiccica una parola e Furino la palla  non la guarda neanche. Continua a camminare dritto davanti a sé senza muovere un muscolo del corpo, a eccezione delle gambe. L’unica novità sono un paio di occhiali da sole. Arrivato di fronte una porta poco più in là della Scuola Materna, si ferma. È sempre stata chiusa quella porta, forse un tempo era un ufficio o qualcosa del genere. Non c’è un insegna, non c’è niente. È solo una porta con un campanello. Furino suona e la porta si apre.
È una donna. Né Michele né Paolo riescono a vederla per intero,ma sembra che indossi un camice, o qualcosa del genere. La porta si chiude e dopo un lasso di tempo brevissimo, Furino esce e si avvia verso casa, con la stessa camminata meccanica dell’andata. A pensarci, l’avevano sempre visto sul suo balcone, mai per strada e mai da così vicino. Così, faceva ancora più impressione:
-    Ma che c’è, là dentro?
-    Boh?
-    E perché non ci ha neanche salutati?
-    Ma che ne so, quello è esaurito!

Il ritorno di Furino sarà accolto, in un primo momento, con giubilo e speranza da parte degli altri, che non vogliono fidarsi del racconto degli unici due che hanno avuto la fortuna di assistere al miracolo. Si sa che quel tipo è pazzo e che presto tornerà a intrattenerli dal suo pulpito. Invece niente. Il balcone rimarrà sempre vuoto e Furino, che sembra ingrassare a vista d’occhio, scenderà solo di tanto in tanto per chiudersi qualche minuto dietro la stessa porta senza degnare nessuno di uno sguardo,con gli ormai immancabili occhiali scuri. L’autunno, e poi anche l’inverno, passeranno così. Quelle poche volte in cui si farà vedere, Furino non scatenerà né battute né  risate sguaiate, ma quasi disprezzo.

Primavera, Estate, Autunno, Inverno e poi ancora Primavera.

Gli esami di terza media passeranno indenni, ma segneranno lo sfaldarsi del gruppo. I più grandi, arrivati al Liceo ci metteranno poco a isolare i più piccoli e a passare a campetti in erba sintetica, sfide sette contro sette con altri quartieri o addirittura tornei con squadre di altri paesi. La strada verrà presto colonizzata da altri ragazzini, altri palloni persi, altre storie. Tuttavia abitando nel quartiere e alcuni nella stessa strada, è probabile che in molti abbiano visto, quel giorno, l’ambulanza sotto il balcone di Furino. Nessun dubbio che fosse per lui, anche se forse nessuno l’ha visto entrarci dentro. Le grida provenienti dall’ultimo piano erano le stesse di sempre. Un’anziana signora rimase per un po’ sulla soglia dopo che l’ambulanza se ne fu andata, avvolta nell’improvviso silenzio. Erano passati mesi, forse addirittura anni, dall’estate in cui voleva uccidere Saddam.

 

Michele Benincasa

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mar

26

lug

2011

James e Franca | Valentina Murphy

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gio

07

lug

2011

Il pagliaccio e la bambina | Valentina Viesti

Il pagliaccio e la bambina.

La sveglia suonava insistentemente quando Alex si svegliò. Il mal di testa gli ricordò che non avrebbe dovuto bere così tanto la sera prima. Per un attimo si guardò intorno senza ricordare dove si trovava. C' era un angolo cucina con i piatti nel lavello, un poster dei Led Zepelin appeso alla parete, libri e quaderni sparsi un po' ovunque e giornali vecchi. Il divano sul quale aveva dormito era mezzo sfondato. Nonostante fosse mattina presto, faceva molto caldo.

Il suo allegro compagno di stanza era già col naso nei libri, mangiava dei biscotti vecchi e duri bevendo succo d' arancia direttamente dal cartone.

“Sei in ritardo con la tua quota dell' affitto.- gli disse- La padrona è passata ieri sera mentre eri al lavoro: sembrava parecchio incazzata.”

Aprendo la porta del frigo, Alex gli chiese:

“C'è del caffè? Ho un mal di testa pazzesco.”

“Ti sei addormentato di nuovo studiando, vero? E per giunta hai bevuto di nuovo. Ci credo che stai male.”

“Fra un po' il mal di schiena mi farà dimenticare il mal di testa.”, ribattè ironico. Alex e Sam erano amici dai tempi delle medie. Anche se in realtà non avevano mai avuto gran che in comune. Sam era un ragazzo serio e pragmatico, Alex un buffone. L' ultima ragazza che aveva avuto glielo ripeteva in continuazione:

“Non prendi mai niente sul serio, Alex. Sei sempre con la testa fra le nuvole. Se non la smetti di sognare non combinerai mai niente.”

Mettendo su il caffè, Alex ripensò a lei. Era più grande di tre anni, matura e seria. L' odore che aveva addosso era un misto di sigarette e profumo alla lavanda. Alex non sapeva il motivo per cui la cosa per un pò aveva funzionato. Probabilmente lei era attratta proprio da quella sua ironia.

La caffettiera cominciò a borbottare e Alex ripescò da sotto la valanga di libri e quaderni la sua agenda. Quel giorno doveva andare in un campo estivo un po' fuori città. Meglio del deprimente cabaret nel quale lavorava di sera o almeno così sperava. “Quei marmocchi ti mangeranno vivo!- gli disse Sam- I ragazzini di oggi sono terribili. I tempi sono cambiati da quando andavamo a scuola noi. Forse dovresti trovarti un lavoro serio piuttosto che andare a fare il clown nei locali, alle feste e in questi tristissimi campi estivi.

” Alex lo faceva per pagarsi gli studi all'università. Anche se a volte era in difficoltà, non voleva chiedere aiuto a suo padre. Da quando avevano litigato il loro rapporto, che non era mai stato idilliaco, era peggiorato molto. Si vedevano solo lo stretto indispensabile e anche così per loro era troppo.

“Cristo, Alex, non puoi essere serio e trovarti un vero mestiere come tuo fratello?- gli diceva il vecchio- Sei un ragazzo intelligente. Perché devi andare a fare il buffone?”, gli diceva.

Alex non avrebbe saputo rispondere. Era una vita dura e non si guadagnava molto ma quando vedeva la gente ridere per i suoi scherzi o stupirsi per i suoi giochi di prestigio si sentiva felice. Pensava di donare qualcosa di importante.

Contemporaneamente aveva cominciato a studiare medicina, ma non l' aveva detto a suo padre per non fargli credere che si era pentito.

Si truccò per bene e indossò i pantaloni larghi a strisce, una camicia vistosa e delle scarpe molto più grandi dei piedi.

“Con questa armatura variopinta e il mio destriero di metallo, parto spavaldo verso l' ignoto. Addio, Sam, vado a guadagnarmi la pagnotta.”

“Se ai ragazzi non piacerà lo show potrai rimediare anche qualche pomodoro...”

“Potresti venire a farmi da spalla...”

“Te lo sogni, amico. Noi persone serie dobbiamo studiare.”

Alex prese le chiavi della macchina, una mela dal frigo e uscì. Si perse un paio di volte ma poi trovò la strada giusta. Lungo il sentiero di terra battuta che conduceva al campo estivo, la sua schiena gli ricordò la nottataccia passata sul divano.

“Cavolo... ma chi me lo fa fare!”

Tuttavia non poteva permettersi il lusso di rifiutare un lavoro. I ragazzi non si aspettavano di vederlo. Era una sorpresa organizzata dagli animatori. Nonostante Alex non fosse troppo in forma, si mise a inseguirli e a fare boccacce. Un paio di loro si rifugiarono in camera da letto. Alex li raggiunse e vide seduta sul letto a castello una bambina esile, minuta, con la pelle molto chiara. fissava il vuoto con un volto senza espressione. Li guardò appena e non si mosse. Siccome stava radunando tutti i ragazzi per mostrare i suoi numeri, Alex dovette tornare indietro per lei. Forse Sam non aveva tutti i torti: a quell'età ormai i ragazzini sono grandi abbastanza da non ridere più per un pagliaccio.

“Sei ancora qui? Dai, sbrigati.”, la esortò.

Raccolti tutti i bambini in una stanza grande, Alex cominciò lo spettacolo.I ragazzini ci misero un pò ma alla fine si lasciarono convolgere: partecipavano attivamente ai giochi e guardavano il suo modesto spettacolo ridendo. Tutti tranne la bambina silenziosa che continuava a sembrargli lontana, assente, come se lei fosse stata in una scatola di vetro, o in un acquario.

Camminava senza fare rumore e non parlava mai. Solo una volta in tutta la giornata sembrò una bambina come tutti gli altri: alla lezione di disegno. Anche se per un attimo aveva esitato, alla fine aveva preso il foglio e si era messa a disegnare. Alex stava mettendo via le sue cose ma, spinto dalla curiosità, tornò in aula per osservare i disegni. Quello della bambina silenziosa attirò la sua attenzione più degli altri. Era un suo ritratto, vestito da clown. Nonostante i colori sgargianti c' era qualcosa, in quel ritratto, che lo velava di una struggente malinconia. Sembrava che la piccola avesse guardato dentro Alex. Come se lo conoscesse a fondo. Per un attimo si sentì di nuovo bambino.

Gli tornò in mente la sua vita di dieci anni prima. Suo fratello era uscito con il massimo dei voti dalla scuola media mentre lui faticava persino a strappare una sufficienza. Suo padre, collerico e impulsivo un paio di volte l' aveva schiaffeggiato di fronte a un brutto voto. Per lui la scuola era una prigione. Sentendosi in continuazione paragonato a suo fratello era diventato scontroso e intrattabile anche verso i compagni che reagivano prendendolo in giro e isolandolo. Non volevano mai giocare con lui.

Poi, un giorno d' estate, suo padre li aveva portati al circo e Alex aveva finito per appassionarsi ai clown. Uno di loro aveva attirato in modo particolare la sua attenzione. Camminava a testa alta sulla pista in mezzo alle luci colorate e sorrideva. Aveva un sorriso aperto solo su metà del viso e guardava i ragazzi con complicità, con l' aria di chi stà per rivelarti un segreto. Sembrava un re e il circo era il suo regno. Come se nessuno potesse toccarlo o fargli del male. Eppure divideva con i bambini la sua gioia. Forse era per questo che il suo sorriso era a metà. Guardandolo, Alex pensò che voleva diventare come lui.

Finì di mettere via le sue cose, salutò sorridendo i ragazzi e salì in macchina. La strada scorreva veloce mentre l' aria rovente rendeva tutto irreale, sfocato come in una foto venuta male.

“In tutti questi anni... che cosa ho fatto?”

 

Valentina Viesti

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mer

08

giu

2011

Allied Force | Michele Bennincasa

ALLIED FORCE

“Fasci brucerete nella vostra stessa fiamma” c’è scritto sul muro dove sono poggiato, tra una stella rossa e un disegnino che vorrebbe essere osceno ma risulta innocente per quanto è infantile. Poi c’è la solita frase di Jim Morrison – almeno, così c’è scritto sotto ‘sta frase, per cui non la leggo per principio – e uno scontato “Matarrese ebreo vattene da Bari”. Incredibile perché qualcuno si è preso la briga di cancellare la parola “Matarrese” per cui si legge solo “ebreo vattene da Bari”. Terribile.


Le frasi sui muri possono dire molto del popolo che le ha scritte, penso per un secondo. Che cazzata, penso subito dopo. È che sono depresso. Ecco perché ho scelto questa postazione di attesa per la serata. La festa è una merda e non vedo l’ora che finisca. Certe volte mi sembra di passare le serate in attesa che finiscano, solo per poter dire il giorno dopo “ieri ho fatto questo e quello, sono tornato alle quattro…”.Più torni tardi più punti sono, chiaramente. Secondo me ognuno qua dentro sta facendo lo stesso ragionamento. Altrimenti non si spiegherebbe che ci fanno, chiusi in un locale del genere, l’aria stantia ormai irrespirabile mentre fuori la primavera del 1999 volge già all’estate.


La canzone dei  Chemical Brothers sta sfumando e il Dj attacca con i Prodigy. Che fantasia, cazzo. Dj Double C mette la stessa scaletta ogni venerdì da almeno due anni. Scommetto che il prossimo pezzo sarà Hell is Around the Corner di Tricky. Non capisco che ci sta a fare dietro i piatti : potrebbe registrarsi il suo bel CD con la solita scaletta, farlo partire e godersi il resto della serata al bar, circondato dalle sue groupie. Anche i Dj hanno le groupie, l’avreste mai detto? Prendo il mio Paper Mate nero indelebile e, proprio sotto la frase di Jim Morrison scrivo bello grosso “hang the Dj”, come la canzone degli Smiths. Abbozzo un sorriso tra me e me, fiero della mia opera e della mia sagacia, ma subito il pensiero della mia imminente partenza lo fa appassire. Domani parto, e stasera non c’è modo di essere allegri.


Stefania si fa largo tra la folla e viene verso il fondo della sala, verso di  me:


“Stefà” le dico “ho visto un naso divincolarsi tra la gente e dietro c’eri tu”. Ha il naso un po’ lungo Stefania ed io la prendo giro appena posso.


“Ma vaffanculo” ribatte lei ridendo. È tranquilla Stefania, sta sempre al gioco. “Vuoi?” e mi allunga il suo cocktail rosso. È negroni, non devo neanche annusarlo per saperlo. Avevo giurato di non bere, stasera, sempre per il fatto che domani parto. Invece dico “ma si!”, e butto giù un lungo sorso.


“Finiscilo se vuoi, a me non va più”.


Stefà, tu mi leggi nel pensiero!  


“Non balli?” mi fa lei già madida di sudore.


“No, Stefà, sto in paranoia…”. Lei mi guarda storto:


 “Ma daiii… è per domani? Ma che te ne frega, divertiti! Una vita abbiamo!” e dicendo così sparisce di nuovo tra la gente. Proprio perché  è una sola, la vita, non vedo perché sprecarla. Decido di uscire a fumarmi una sigaretta:

“Che serata di merda” dico ad alta voce passando sotto le casse, in modo che nessuno mi senta. In realtà è una serata né più né meno come le altre. Anzi, c’è un sacco di gente e quasi tutti i miei amici. Ma nella mia testa c’è solo l’incubo della partenza. Se anche arrivasse Kim Gordon e spaccasse la chitarra in testa al Dj, probabilmente la noterei a malapena.


Fuori l’aria è fresca e non so perché mi ricorda l’ infanzia. Chiudo gli occhi e aspiro a pieni polmoni, poi mi accendo la sigaretta e alzo lo sguardo al cielo: nonostante le luci elettriche, si vedono un sacco di stelle. Orione è proprio di fronte a me e in un attimo mi ritrovo a dieci anni. Sono insieme a mio nonno sul terrazzo di casa, tutti e due con il naso all’insù. Lui mi sta insegnando le costellazioni: il Grande Carro, quello piccolo, Cassiopea, Andromeda, le Pleiadi. Oggi non riuscirei a riconoscerne neanche una.


“Michè” mi sento chiamare da dietro. È Simone, non l’ avevo ancora visto. “che fai qua fuori? Dentro c’è il casino…”


“Senti Simò, non ho voglia di fare un cazzo, e sto pure mezzo depresso che domani parto!” gli spiego che domani comincio il servizio civile. Due palle! Non so dove mi hanno spedito, cioè, il paese lo so, devo andare a Gravina, ma non so a fare cosa,né se devo dormire là o se la sera mi rimandano a casa. Insomma non so un cazzo, e questo fatto mi rode il cervello.


 “Ho l’autobus alle sette, domani mattina, e stavo pensando di andarmene…”. Magari gli viene la voglia di darmi un passaggio.


Così, dieci minuti dopo, siamo nella sua Fiat 131 Mirafiori, parcheggiati in mezzo alla campagna, a fumarci l’ultima sigaretta prima di andare a dormire. Simone domani lavora, per questo la mia proposta di fuga è stata ben accolta. Abbiamo lasciato il locale senza salutare nessuno. Io avrei dovuto almeno avvertire quelli con cui sono venuto, altrimenti passeranno la serata a cercarmi. Figurati, manco si ricorderanno che ero con loro.


Simone, per tirarmi su, mi sta raccontando per l’ennesima volta del militare. Tutti quelli che sono stati sotto naja alla prima occasione partono col pippone senza risparmiarti neanche gli aneddoti più insignificanti, quasi che loro siano gli unici al mondo ad averlo fatto, il militare. Simone ha appena attaccato con la Sardegna, la birra Icnusa e il poligono di tiro di Quirra, quando una luce blu esplode proprio di fronte a noi. Dura un attimo ma è incredibile: sembra il bagliore prima di un’esplosione atomica o un disco volante che atterra nella radura, come nei film di Spielberg. Io e Simone ci guardiamo sbigottiti: l’abbiamo visto entrambi, non era un’allucinazione. Seguiamo la luce, o forse scappiamo in direzione contraria, fatto sta che ci ritroviamo davanti al filo spinato che circonda la base Nato di Gioia del Colle. Ci sono tre o quattro macchine parcheggiate, c’è gente che è venuta apposta a gustarsi lo show, come un macabro drive-in apocalittico. Ci sono più luci adesso, c’è un aereo che decolla proprio ora.


La Serbia ha appena invaso il Kosovo, e c’è la guerra.


Immagini osservate di sfuggita al telegiornale diventano realtà. Mi sento travolto dagli eventi, dalla storia e dalla mia stupidità. E nello stesso tempo mi sento vivo, come non mi succedeva più da quando la stramaledetta cartolina della chiamata per il servizio civile giace minacciosa sulla mia scrivania.

 

Michele Benincasa

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Davide Abbate

Michele Benincasa

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